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L’intelligenza artificiale: una ricchezza da condividere. La proposta di Bernie Sanders apre un dibattito che riguarda tutti

05
Luglio 2026
Di Gianni Pittella

L’intelligenza artificiale è destinata a cambiare il mondo con una velocità che non ha precedenti. Come la macchina a vapore, l’elettricità o Internet, essa sta ridefinendo il modo in cui lavoriamo, produciamo, comunichiamo e prendiamo decisioni. Ma ogni grande rivoluzione tecnologica porta con sé una domanda inevitabile: chi raccoglierà i frutti del progresso?

È il tema posto con forza da Bernie Sanders, che propone di aprire una riflessione su come distribuire i benefici economici prodotti dall’intelligenza artificiale. La sua tesi parte da un presupposto semplice ma potente: i sistemi di IA non nascono dal nulla. Essi vengono addestrati utilizzando un immenso patrimonio collettivo fatto di libri, ricerche scientifiche, opere artistiche, dati, conoscenze ed esperienze costruite dall’intera umanità nel corso dei secoli.

Naturalmente nessuno può ignorare il ruolo decisivo svolto dalle grandi imprese tecnologiche. Sono loro ad aver investito centinaia di miliardi di dollari, assunto i migliori ricercatori e sviluppato modelli sempre più sofisticati. Senza questi investimenti, l’attuale accelerazione dell’innovazione non sarebbe stata possibile.

Ma è altrettanto vero che il valore generato dall’intelligenza artificiale deriva anche da un patrimonio di conoscenze che appartiene alla collettività. Ed è proprio da questa constatazione che Sanders trae una conclusione politica: se la ricchezza nasce anche grazie a un bene comune, allora almeno una parte dei suoi benefici dovrebbe ritornare alla comunità.

Il rischio che egli denuncia è concreto. L’intelligenza artificiale promette un enorme aumento della produttività, ma potrebbe allo stesso tempo concentrare profitti, dati e potere economico nelle mani di un numero sempre più ristretto di grandi piattaforme tecnologiche. Se questo scenario dovesse realizzarsi senza adeguati correttivi, le disuguaglianze sociali potrebbero crescere ancora più rapidamente.

Per questo Sanders richiama esperienze come il fondo sovrano dell’Alaska o quello della Norvegia, immaginando un “dividendo sociale” finanziato anche dai profitti generati dall’intelligenza artificiale. Le modalità possono essere diverse: trasferimenti diretti ai cittadini, investimenti nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca o nel rafforzamento del welfare. Più che una proposta definitiva, è un invito ad aprire una discussione su come redistribuire una parte della ricchezza prodotta dalla nuova economia digitale.

Non si tratta, naturalmente, di frenare l’innovazione. Sarebbe un errore storico. L’obiettivo deve essere quello di accompagnarla con politiche pubbliche lungimiranti: formazione permanente dei lavoratori, riqualificazione professionale per chi rischia di essere sostituito dalle nuove tecnologie, sostegno alla ricerca, regole sulla concorrenza e una fiscalità internazionale capace di evitare che il valore creato sfugga completamente agli Stati.

In questa prospettiva, l’Europa può giocare un ruolo decisivo. La sua tradizione sociale e democratica le consente di cercare un equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. Può promuovere una tassazione più equa dei grandi operatori digitali, sostenere la ricerca pubblica e destinare una parte delle nuove risorse ai servizi essenziali: sanità, istruzione, welfare e infrastrutture.

La storia insegna che ogni rivoluzione tecnologica produce vincitori e vinti. La buona politica non può impedire il cambiamento, ma ha il dovere di governarlo affinché il progresso tecnico diventi anche progresso sociale.

L’intelligenza artificiale non deve trasformarsi nell’ennesimo fattore di concentrazione della ricchezza e del potere. Deve invece rappresentare un’opportunità per costruire una società più dinamica, più prospera e anche più giusta.

La proposta di Bernie Sanders ha il merito di porre una domanda destinata ad accompagnarci negli anni a venire: se l’intelligenza artificiale produrrà una ricchezza senza precedenti, possiamo davvero permetterci che essa rimanga appannaggio di pochi?

Il futuro dell’IA non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma anche dalla qualità delle scelte politiche che sapremo compiere. Perché il progresso non si misura esclusivamente dalla potenza delle macchine, ma dalla capacità delle donne e degli uomini di utilizzare quella potenza nell’interesse dell’intera comunità.