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Trump incassa sconfitte e vittorie dalla Corte Suprema, negozia con l’Iran e lo minaccia
Di Giampiero Gramaglia
Sono due giorni che la Corte Suprema degli Stati Uniti si prende i titoli d’apertura dei media Usa con una raffica di sentenze che sono ora sconfitte e ora vittorie per il presidente Donald Trump. Fanno più rumore le sconfitte, perché riguardano due capisaldi delle politiche ‘trumpiane’, cioè il no allo ‘ius soli’ e le limitazioni del voto per posta, oltre che le grane personali del magnate presidente, ma sono più numerose le vittorie.
Intanto, la Borsa ha ieri chiuso il suo trimestre più positivo dal 2020, nonostante la guerra all’Iran e l’impennata dell’inflazione per l’aumento dei prezzi dell’energia conseguente al conflitto (o, forse, proprio grazie alle speculazioni su questi fattori). E Trump dichiara di avere guadagnato nel 2025 1,4 miliardi di dollari, specialmente trafficando con le criptovalute, quasi il 150% in più di quanto aveva guadagnato nel 2024, prima di ridiventare presidente e ritornare alla Casa Bianca: dati che accrescono i dubbi sui conflitti d’interesse che accompagnano l’operato del magnate.
Per attutire le sconfitte e sfruttare le vittorie, Trump rilancia la sua battaglia contro lo ‘ius soli’ sollecitando il Congresso a legiferare in merito – ma ci vorrà un emendamento alla Costituzione – e annuncia una novità assoluta per la politica statunitense: una ‘convention’ di partito in vista del voto di midterm del 3 novembre, a Dallas, in settembre – le ‘conventions’ di solito si fanno negli anni delle presidenziali -. Obiettivo, mobilitare l’elettorato conservatore per evitare che i democratici assumano il controllo della Camera e/o del Senato.
Iran: negoziati e minacce
Le sentenze della Corte Suprema fanno passare in secondo piano i negoziati di pace con l’Iran: contatti tecnici sono previsti oggi a Doha in Qatar, nonostante indicazioni contraddittorie in merito dall’una e dall’altra parte. Si tratterebbe, comunque, di “colloqui tecnici”, mentre sembra che Guardiani della Rivoluzione iraniani e Comando Centrale degli Stati Uniti abbiano stabilito canali di comunicazione per ridurre i rischi di scaramucce.
Il Wall Street Journal scrive che Trump ha valutato nei giorni scorsi l’ipotesi di tornare a una guerra su vasta scala contro l’Iran, discutendone con il segretario alla Guerra Pete Hegseth e con il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore della Difesa, e ha deciso di proseguire sulla via diplomatica. Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non ritenere un problema se i negoziati con Teheran dovessero protrarsi oltre la scadenza dei 60 giorni, che scadono il 18 agosto, fissata per trovare accordi sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz, sulla levata delle sanzioni e sullo sblocco dei beni iraniani congelati.
Nel frattempo, il presidente intende proseguire con attacchi mirati e isolati contro l’Iran ogni volta che Teheran violerà la tregua. Riprendere il conflitto, hanno riconosciuto alcuni funzionari al WSJ,
equivarrebbe ad ammettere implicitamente il fallimento dell’accordo con l’Iran presentato da Trump come un grande successo. Il ritorno alla guerra appare estremamente improbabile nella prospettiva del voto di midterm, essendo il conflitto altamente impopolare, anche nella galassia ‘trumpiana’.
L’attenzione diplomatica è tutta concentrata suo fronti mediorientali. Quel che avviene in Ucraina appare secondario, anche se l’altra notte c’ stata una pioggia di droni ucraini su Mosca – 60 circa, che non hanno fatto vittime, secondo le informazioni ufficiali russe -.
Corte Suprema: la raffica delle sentenze
La raffica di sentenze della Corte Suoprema era prevista per questa settimana e la più attesa era quella che riguardava lo ‘ius soli’, il principio riconosciuto dal 14° emendamento della Costituzione, adottato nel 1868, dopo la Guerra Civile e l’abolizione della schiavitù, secondo cui chiunque nasce sul territorio statunitense è cittadino americano, con pochissime eccesioni, Trump aveva abolito questo principio con un ordine esecutivo all’inizio del suo secondo mandato, ma la Corte lo ha ora ribadito.
Se la decisione sullo ‘ius soli’ è una chiara sconfitta per il presidente Trump, altre possono essere considerate sue vittorie. I giudici supremi hanno abolito i limiti di spesa per i candidati alle elezioni: una misura che avvantaggia i repubblicani sui democratici, perché i candidati repubblicani sono mediamente più ricchi di quelli democratici e hanno sostenitori più facoltosi, mentre i democratici raccolgono in genere più donazioni dai cittadini.
Ma, sempre sul fronte politico – elettorale, Trump ha dovuto subire il verdetto sul voto per posta, che è uno dei mulini a vento contro cui il ‘don chisciotte’ presidente si lancia più spesso, perchè – dice – fonte di brogli e, soprattutto, tendenzialmente favorevole ai democraticii. La Corte Suoprema ha deciso che i voti per posta vanno contati, anche se arrivano dopo la chiusura dei seggi, purché siano stati spediti prima. Un verdetto che può pesare sul voto di midterm, che, se i democratici dovessero conquistare la maggioranza in uno o entrambi i rami del Congresso, potrebbe ridurre Trump a una ‘anitra zoppa’.
Sul fronte dei poteri del presidente, la Corte Suprema gli ha riconosciuto il diritto di licenziare e sostituire i capi delle Agenzie federali indipendenti dall’Esecutivo, ma ha bloccato il licenziamento che più aveva fatto discutere, quello di Lisa Cook, un membro del Board della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, che Trump voleva cacciare soistenendo che aveva truccato le carte per un mutuo per l’acquisto di una casa.
I giudici supremi hanno quindi riconosciuto alla Fed una maggiore protezione rispetto alle altre Agenzie federali. Trump l’ha presa male e s’è messo subito alla ricerca d’un qualche valido motivo per cacciare la Cook.
La Corte ha ancora avallato leggi statali che escludono dalle competizioni sportive scolastiche e universitarie ragazze e donne transgender: tecnicamente, la sentenza riguarda solo West Virginia e Idaho, ma investe tutti i 25 Stati che hanno adottato misure del genere e costituisce una sconfiutta per la comunictà Lgbtq+, che ha subito ripetuti smacchi dai giudici supremi negli ultimi anni.
E, sempre nella serie delle decisioni di stampo conservatore, la Corte ha accettato di esminare un’istanza per abolire restrizioni sulle vendite di armi automatiche imposte nel Connecticut e nell’area di Chicago, in seguito a sparatorie ripetutamente verificatesi nell’Unione.
Infine, sul fronte dei guai con la giustizia del ‘cittadino’ Trump, la Corte Suprema ha deciso che non esaminerà il ricorso del presidente contro la condanna già confermata in appello in una causa civile a pagare cinque milioni di dollari alla scrittrice E. Jean Carroll, che l’accusa di abusi sessuali in un grande magazzino di lusso di New York nel 1996. Su Trump, che aveva poi diffamato la Carroll dopo essere stato condannato per averle usato violenza, pesa un’altra condanna civile ben più pesante a un indennizzo di 85 milioni di dollari.





