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Moretti, il carcere e quell’eccezione italiana che racconta il rapporto tra manager e responsabilità
Di Paolo Bozzacchi
Per 17 anni la strage di Viareggio è stata una ferita aperta. Trentadue vittime, centinaia di famiglie travolte da una tragedia che la giustizia ha impiegato quasi due decenni a ricostruire. Quando la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mauro Moretti, non si è chiusa soltanto una delle vicende giudiziarie più lunghe della storia repubblicana. Si è scritto anche un capitolo raro del diritto penale italiano: quello di un amministratore delegato di una grande azienda pubblica che entra in carcere per responsabilità colpose legate alla gestione della sicurezza.
Non è un fatto ordinario. Anzi, è quasi un unicum. In Italia i manager vengono spesso indagati dopo grandi incidenti industriali, ferroviari o infrastrutturali. Talvolta vengono rinviati a giudizio, altre volte assolti, in alcuni casi anche condannati. Ma arrivare a una sentenza definitiva che riconosca la responsabilità penale del vertice aziendale e che si traduca nell’effettiva esecuzione della pena detentiva è un evento rarissimo.
Il motivo è anche giuridico. Il nostro ordinamento non punisce chi occupa una posizione apicale solo perché al comando dell’azienda si è verificato un disastro. I giudici devono dimostrare che quella persona aveva specifici obblighi di garanzia, che li ha violati e che proprio quelle omissioni hanno avuto un ruolo causale nella tragedia. È uno standard probatorio elevatissimo, come è giusto che sia quando è in gioco la libertà personale.
Proprio per questo il caso Moretti assume un valore simbolico che va oltre la vicenda di Viareggio. L’unico precedente davvero comparabile è quello di Giovanni Castellucci, condannato in via definitiva per la strage del viadotto Acqualonga, nella quale 40 persone persero la vita precipitando da un cavalcavia dell’autostrada A16. Anche in quel caso la magistratura ha ritenuto che le omissioni nella gestione della sicurezza avessero rilevanza penale fino ai vertici dell’organizzazione.
Ma se questi sono i casi che fanno eccezione, la storia industriale italiana è costellata soprattutto da tragedie nelle quali le responsabilità dei manager non hanno mai portato al carcere. Il pensiero corre inevitabilmente all’Eternit di Casale Monferrato. Migliaia di morti provocate dall’esposizione all’amianto, una delle più grandi catastrofi sanitarie e ambientali del dopoguerra. Eppure il primo grande processo si concluse con la prescrizione dei reati contestati, mentre gli altri procedimenti hanno avuto percorsi giudiziari differenti senza arrivare a una condanna definitiva dei vertici aziendali per quei fatti.
C’è poi l’ILVA di Taranto, dove per anni la magistratura ha indagato il rapporto tra produzione industriale, inquinamento e salute pubblica. Un processo enorme, ancora oggi caratterizzato da una complessità tale da non consentire conclusioni definitive sul piano penale.
Lo stesso vale per il crollo del Ponte Morandi di Genova. Quarantatré vittime, una tragedia destinata a cambiare per sempre il dibattito sulla manutenzione delle infrastrutture italiane. Anche qui il processo è ancora in corso e nessuno può essere considerato penalmente responsabile fino a una sentenza definitiva.
Persino la tragedia della ThyssenKrupp, diventata il simbolo delle morti sul lavoro in Italia, racconta una storia diversa. Le condanne sono arrivate, ma hanno riguardato soprattutto i dirigenti direttamente coinvolti nella gestione dello stabilimento e delle misure di sicurezza, non una generalizzata responsabilità di tutti i livelli apicali della società.
Questa differenza è importante perché spesso, nel dibattito pubblico, si tende a confondere la responsabilità morale con quella penale. Una grande tragedia genera inevitabilmente una domanda di giustizia. Ma il processo deve trasformare quella domanda in prove, individuando una responsabilità personale precisa e dimostrabile. È qui che molti procedimenti si fermano, tra assoluzioni, prescrizioni, annullamenti o processi ancora aperti.
Per questo le sentenze che colpiscono direttamente un amministratore delegato hanno un peso particolare. Non perché introducano una forma di responsabilità oggettiva, che il nostro ordinamento rifiuta, ma perché affermano che anche il vertice dell’organizzazione può conservare obblighi giuridici diretti e risponderne personalmente quando questi vengono violati.
La condanna definitiva di Mauro Moretti non cambia soltanto la storia della strage di Viareggio. Diventa uno dei pochissimi precedenti nei quali la responsabilità penale è riuscita a risalire fino all’ultimo piano del grattacielo aziendale e a tradursi non in un principio astratto, ma in una pena da scontare.
Ed è forse questo l’aspetto destinato a lasciare il segno. Non tanto perché inauguri una nuova stagione della giustizia italiana, quanto perché ricorda quanto sia difficile, nel nostro sistema, arrivare a dimostrare che un grande manager debba rispondere personalmente di un disastro collettivo. Quando accade, è quasi sempre destinato a diventare un caso che entra nella storia. Che fa riflettere. Molto.





