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Iran: sussulti di guerra nello Stretto, sullo sfondo l’intreccio dei contatti diplomatici
Di Giampiero Gramaglia
Sussulti di guerra nello Stretto di Hormuz: le Guardie della Rivoluzione iraniane attaccano una nave che batte bandiera di Singapore per mostrare chi controlla il passaggio nel braccio di mare. L’episodio, confermato sia da fonti americane che iraniane, è collegato a un contenzioso sulle rotte da usare nel tratto di mare ancora da sminare: l’Iran vuole che le navi si attengano a quelle da lui indicate, mentre vi sono mercantili che prendono quelle suggerite dall’Onu e dall’Oman. In merito, c’è una dichiarazione delle Guardie della Rivoluzione che avvertono che consentiranno il passaggio solo lungo le rotte indicate dal governo iraniano.
L’attacco al cargo di Singapore, che ha danneggiato il ponte ma non ha fatto vittime, è un richiamo alla fragilità della situazione: i negoziati in Svizzera tra Usa e Iran, mediati da Pakistan e Qatar e volti a trasformare la tregua in pace entro il 20 di agosto, riprenderanno la prossima settimana, mentre le trattative, finora sterili, tra Israele e Libano proseguono oggi a Washington – dovevano concludersi ieri -. Israele subordina l’abbandono del Libano meridionale, attualmente occupato, all’impegno del governo libanese di assumerne il controllo con il suo esercito, che, però, non ha forza e mezzi per imporsi sulle milizie sciite filo-iraniane di Hezbollah.
I negoziati tra Usa e Iran e tra Israele e Libano si svolgono sullo sfondo di una intensa attività diplomatica, europea e non solo, anche in vista del vertice della Nato a Ankara il 6 e 7 luglio. Mentre il segretario di Stato Usa Marco Rubio è in missione in Medio Oriente, gli europei, più attenti agli sviluppi sul fronte dell’Ucraina, si sono incontrati mercoledì a cinque a Berlino – presenti Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Polonia – per ribadire “il forte sostegno” – parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz – a Kiev e al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ieri, il Consiglio dei Ministri dell’Ue ha esteso per un altro anno le sanzioni economiche imposte alla Russia per l’aggressione dell’Ucraino: un segno in pèiù che la pace su quel fronte non pare imminente.
I leader francese e italiano Emmanuel Macron e Giorgia Meloni hanno ieri cercato di rammendare le loro relazioni, da tempo lise, ad Antibes, sulla Costa Azzurra, nel prima vertice italo-francese dopo la firma del Trattato del Quirinale nel 2021. Macron e Meloni provano a basare sull’impegno per la difesa un simulacro d’unità: Macron constata che gli europei hanno effettivamente aumentato le spese per la difesa e che, da questo punto di vista, europei ed americani sono più vicini; Meloni parla di “rafforzare la componente europea dell’Alleanza atlantica”.
Politico, che ha sempre un pizzico di malizia, sostiene che Trump, tra le sfuriate anti-europee e le sortite anti-Meloni, ha contribuito a migliorare il rapporto “tossico” tra presidente francese e premier italiana. Intervistata sempre da Politico, la vice-ministra della Difesa francese Alice Rufo avverte che gli europei devono prepararsi a un ‘ordinato’ ridimensionamento della presenza militare americana sul loro Continente.
In un articolo di supporto agli sviluppi iraniani, il New York Times scrive che le scorte di armi e munizioni dalle forze armate degli Stati Uniti, ridottesi per la guerra, continueranno a essere carenti per un certo tempo, anche perché i produttori aspettano che la Casa Bianca e il Pentagono ottengano dal Congresso i fondi ‘ad hoc’ richiesti. L’Amministrazione Trump vuole che deputati e senatori autorizzino 88 miliardi di spese supplementari, oltre i tre quarti dei quali destinati a coprire lo sforzo bellico fatto e a compensarne le conseguenze.
La Cnn sottolinea le conseguenze dell’incidente nello Stretto di Hormuz sul traffico nell’area, dove c’è ancora un ingorgo che coinvolge oltre mille navi mercantili. Fox mette l’accento sulla minaccia di Trump di ricorrere “alla forza pura” per garantire la libera navigazione. Il Wall Street Journal mostra in esclusiva gli estesi danni causati da un attacco iraniano alla base navale degli Stati Uniti nel Bahrein, la più grande nella Regione: l’ampiezza dell’impatto, finora ignota al grande pubblico, avrebbe indotto gli Stati Uniti a rivalutare i rischi di un conflitto affrontato senza adeguati calcoli sui rischi e le conseguenze.
In un’analisi sul New York Times, Katrin Bennhold formula l’ipotesi che la guerra all’Iran si sia tradotta, per il regime di Teheran, in una scelta tra “meno islamismo e più nazionalismo” con un conseguente relativo miglioramento della situazione delle donne: ci sarebbe meno attenzione a che portino o meno il velo e più al sostegno offerto allo sforzo bellico e alla causa nazionalista.





