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Figc, cosa vuole fare Giovanni Malagò

23
Giugno 2026
Di Giampiero Cinelli

Tre mesi fa quasi nessuno si aspettava di trovarlo in corsa per la Federcalcio. Ieri Giovanni Malagò è diventato presidente della Figc, e il paradosso è che ci è arrivato prima che si dichiarasse formalmente disponibile: sono state le componenti interne della federazione a fare il suo nome, non lui a proporsi. Un dettaglio che racconta qualcosa sia sull’uomo sia sullo stato in cui versava il calcio italiano.

Malagò è il dirigente sportivo più noto d’Italia. Negli anni alla guida del CONI ha collezionato risultati difficili da contestare: record di medaglie alle Olimpiadi estive e invernali, assegnazione dei Giochi di Milano Cortina. Ha anche un passato da giocatore, nel calcio a 5, con una partecipazione ai Mondiali in Brasile. Per esperienza, carisma e capacità di navigare ambienti complicati, è stato indicato da molti come l’unico profilo in grado di raddrizzare una federazione che negli ultimi anni ha perso autorevolezza, credibilità e risultati. Oggi parte per Losanna, dove è convocata l’assemblea del Cio, ma l’agenda federale è già densa.

Il programma: meno annunci, più sistema

Il documento elettorale si intitolava «Uniti per il futuro del calcio italiano» e apriva con una frase che vale come dichiarazione di metodo: «Il calcio italiano non ha bisogno di una stagione di contrapposizioni. Ha bisogno di una stagione di ricomposizione.» Seguiva una lista di priorità costruita per contrasto: meno gestione dell’emergenza e più governo dei processi, meno annunci e più attuazione, meno burocrazia e più responsabilità, meno frammentazione e più sistema. Generico, certo. Ma il punto non era il programma scritto: era la figura.

Il ct, il direttore tecnico e la governance

La prima domanda che tutti si aspettano da Malagò riguarda il commissario tecnico della Nazionale. La risposta, per ora, è una non-risposta calcolata: «Non ho parlato con nessuno. Da adesso ci metto la testa, bisognerà parlarne. Devo anche vedere gli aspetti finanziari e il prossimo budget.» Un nome circola con insistenza – Roberto Mancini, che guidò l’Italia dal 2018 al 2023 vincendo gli Europei ma mancando i Mondiali, poi dimessosi per andare in Arabia Saudita e lasciare anche quel ruolo nel 2024 – ma Malagò non ha ancora confermato né smentito nulla.

Prima del ct, c’è un’altra casella da riempire: quella del direttore tecnico, figura che nella gestione Gravina e in quelle precedenti era mancata, lasciando un vuoto tra il presidente e il commissario tecnico. L’Assocalciatori spinge per un ex giocatore con un passato anche dirigenziale, qualcuno che conosca il campo e possa dialogare con il ct su basi solide. Il nome che circola con più insistenza è quello di Paolo Maldini, con cui Malagò ha un rapporto diretto. Nell’orbita federale compare anche Frederic Massara, appena svincolatosi dalla Roma. Solo dopo quella scelta si procederà con la nomina del ct, e la tempistica non sarà immediata: Malagò vuole fare le cose per bene, e per la nomina potrebbe servire ancora qualche settimana. C’è anche la volontà di dare un ruolo a Sara Gama e a Luca Bergamini in Club Italia, anche se le forme restano da definire.

Lo ius soli, gli stranieri e gli Europei

Tra i temi su cui Malagò si è già espresso con chiarezza c’è quello della nazionalità. «Sono rimasto scioccato nello scoprire che oltre il 40% dei giocatori impegnati al Mondiale non è nato nella nazione per cui gioca», ha dichiarato. «Sono sempre stato un sostenitore dello ius soli sportivo: altre discipline sportive sono diventate grandi grazie a questi atleti. Oggi Yamal non potrebbe giocare nella nostra Nazionale.» Sul limite agli stranieri nei club la posizione è più cauta: «Complicato, ma farò il possibile per convincere i club.»

C’è poi la questione degli Europei che l’Italia è chiamata a ospitare. Sul dossier stadi il messaggio è diretto: «Ho parlato con Ceferin nei giorni scorsi: non possiamo fare brutta figura. Dobbiamo individuare 5 stadi il prima possibile.»

I rapporti con la politica e il nodo risorse

Malagò ha anche messo in chiaro il perimetro dei rapporti con il governo. «Le riforme si devono fare, urgentemente va aggredito questo argomento. Sono molto orgoglioso di non aver mai accettato le lusinghe della politica. E la politica deve rispettare lo sport: si può accettare quasi tutto, ma non che uno non sia coinvolto e informato a monte.» Il riferimento è all’1% del Decreto che ha spostato la quota di mutualità dal settore giovanile al calcio femminile: una misura scoperta a cose fatte, che ha lasciato il segno.

Sul fronte economico, i tre punti da trattare con l’esecutivo sono già definiti. Primo: la reintroduzione del Decreto Crescita, o di uno strumento equivalente, per incentivare l’acquisto di grandi giocatori dall’estero. Secondo: la cancellazione del divieto di pubblicità sul betting. Terzo: una percentuale destinata al calcio sui ricavi delle scommesse sulle partite, da reinvestire nei settori giovanili e nelle infrastrutture di base, per rendere il calcio più accessibile.