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Iran: dalla tregua alla guerra e ritorno nel giro di 24 ore
Di Giampiero Gramaglia
Dalla tregua alla guerra e ritorno nel giro di 24 ore: il Medio Oriente, che ieri mattina pareva ripiombato nel conflitto aperto tra Iran e Israele, è già tornato ai suoi fragili cessate-il-fuoco. Merito dell’intervento calmieratore del presidente Usa Donald Trump sul premier israeliano Benjamin Netanyahu?, o Iran e Israele volevano solo ‘battere un colpo’, senza neppure farsi troppo male, proprio per dimostrare a Trump che non sono suoi zerbini? In merito, il giudizio dei principali media degli Stati Uniti è sospeso, mentre entrambe le parti assicurano di essere pronte a ricominciare a colpirsi.
E altri attori regionali, come gli Huthi dello Yemen, restano pronti a intervenire, come hanno appena fatto, o tengono il fiato sospeso, come i Paesi del Golfo esposti ai colpi iraniani. E, intanto, la navigazione nello Stretto di Hormuz resta di fatto bloccata e quella nel Mar Rosso è ora minacciata.
Sul dato di fatto principale, non ci sono dubbi: dopo una fiammata d’escalation, Israele e Iran fermano i reciproci attacchi. Sul perché ciò sia avvenuto, le interpretazioni sono numerose e divergenti. Per il New York Times, Israele ha cessato i suoi attacchi perché Trump ha convinto Netanyahu, nel corso di una telefonata meno tempestosa di quella della scorsa settimana, che un accorso sul nucleare con Teheran è imminente, avvertendolo, nel contempo, che questa volta rischia di ritrovarsi da solo.
Secondo il quotidiano, Trump pretende di essere lui a dare le carte e a prendere le decisioni, ma continua a urtare contro i limiti della sua azione in Medio Oriente e affronta le stesse difficoltà con cui si erano confrontati i suoi predecessori e che lui s’era impegnato in campagna elettorale ad evitare. “Il presidente – scrive il NYT – insiste di non avere violato il suo impegno ad evitare ‘guerre senza fine’, ma il conflitto con l’Iran, che lui definiva a marzo ‘un breve intermezzo’, dura ormai da cento giorni”.
La Cnn ha contato quante volte Trump ha detto che l’intesa con l’Iran è imminente, senza che poi nulla di concreto avvenisse: 37. “Sono passati più di due mesi da quando il presidente annunciò una tregua con l’Iran, dicendo che le parti erano vicine a un accordo… Il 7 aprile Trump scrisse che ‘ci volevano due settimane perché l’intesa fosse conclusa e attuata’, aggiungendo che era ‘un onore portare a soluzione un problema di così lunga durata’…”.
Ma l’accordo ancora non c’è. Anzi, secondo il Wall Street Journal, l’Iran, invece di essere finito in ginocchio, “ha aumentato le proprie aggressive ambizioni regionali”, con “una inclinazione al rischio che non aveva prima della guerra”, come emerge dall’attacco a Israele la notte tra domenica e lunedì. Quanto al Libano, “è sull’orlo dell’abisso di una nuova guerra civile”, perché l’impegno preso dal governo di Beirut con Israele di disarmare Hezbollah e smantellare la milizia filo-iraniana “riaccende le tensioni” settarie, etniche e religiose nel composito Paese.
Trump, però, non deflette dalla sua posizione (o non capisce la situazione). Uscendo, ieri sera, dal Madison Square Garden di New York, dove ha assistito al terzo match della finale Nba tra Knicks e Spurs di San Antonio ed è stata sonoramente fischiato, il magnate presidente ha ancora detto: i negoziati per un accordo con l’Iran sono “nelle fasi finali”, l’intesa sarà “ottima” e arriverà “entro due o tre giorni”. Prima o poi sarà vero.
Il Washington Post dà una doppia lettura intrigante degli eventi più recenti, dal punto di vista israeliano: “La presa che Trump mantiene sui repubblicani lascia a Netanyahu meno spazio di manovra del solito”, perché il premier è sempre stato abituato a giocare sulle divisioni politiche all’interno dei repubblicani e dei democratici, quale che fosse l’Amministrazione Usa. Invece, “la dominazione di Trump sul suo partito aumenta il peso del presidente sulle mosse di Israele” nei prossimi mesi, di qui alle prossime elezioni politiche israeliane.
E ciò mentre buona parte dell’opinione pubblica israeliana s’aspetta che il premier opponga resistenza alle pressioni statunitensi e prosegua la guerra a Hezbollah in Libano, eliminando una minaccia percepita da chi vive nel nord di Israele da oltre 40 anni.





