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Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
L’energia è ormai al centro delle sfide economiche, industriali e geopolitiche del Paese. Dalla volatilità dei prezzi legata alle tensioni internazionali fino alla necessità di accelerare la transizione energetica, passando per il nodo delle autorizzazioni, il ruolo del nucleare e le opportunità offerte dal Mediterraneo, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.
Ministro, il claim della quattordicesima edizione del Festival è “L’energia spiegata”. Fino a pochi anni fa era un tema per addetti ai lavori, oggi invece è al centro del dibattito pubblico. Come è cambiato il suo ruolo?
«Ne parlano tutti perché l’energia sta diventando il fulcro dello sviluppo e quindi la chiave del futuro. È centrale per la decarbonizzazione, per mantenere e creare condizioni di benessere economico e, di conseguenza, di benessere sociale. Oggi l’energia è il tema del giorno».
Il costo dell’energia incide direttamente sulla vita delle famiglie. Alla luce delle tensioni internazionali, è previsto un nuovo intervento del Governo sulle accise?
«In questo momento dobbiamo osservare come evolve lo scenario internazionale, che cambia di ora in ora. L’impennata dei prezzi è legata alle tensioni nell’area del Golfo Persico e alle difficoltà che hanno interessato lo Stretto di Hormuz. I grandi consumatori asiatici, come Cina, Giappone e Corea del Sud, si sono rivolti ad altri mercati internazionali, contribuendo all’aumento dei prezzi. Se la situazione dovesse normalizzarsi, probabilmente non nell’immediato ma progressivamente, i prezzi potrebbero trovare un nuovo equilibrio. Gli analisti indicano una tendenza al ribasso».
Lei ha richiamato anche il tema degli stoccaggi energetici. A che punto siamo in vista della prossima stagione invernale?
«Siamo assolutamente tranquilli. Abbiamo già contratti che coprono oltre il 90% degli acquisti previsti ed è iniziata la fase di immissione del gas nei giacimenti esausti utilizzati come siti di stoccaggio. La situazione è sotto controllo».
Uno dei temi centrali del dibattito energetico riguarda il rapporto tra sostenibilità, tutela del territorio e sviluppo industriale. Sul fronte delle rinnovabili, qual è oggi il principale ostacolo da superare?
«L’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima è arrivare a 131 gigawatt di capacità installata entro il 2030. Solare ed eolico possono dare un contributo molto rilevante a un Paese che continua ad aumentare il proprio fabbisogno energetico. Le difficoltà riguardano soprattutto i processi autorizzativi, le valutazioni ambientali e la distribuzione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. Nella maggior parte dei casi le autorizzazioni sono di competenza regionale e quindi spetta alle Regioni effettuare le valutazioni necessarie».
Quanto pesa il tema delle opposizioni territoriali ai progetti?
«Le opposizioni delle comunità locali e degli enti rappresentativi sono legittime, ma spesso rallentano i processi. Per questo è fondamentale individuare con chiarezza le aree idonee. In passato si è spesso proceduto senza una pianificazione adeguata, con la possibilità di realizzare impianti ovunque. Un Paese come l’Italia, caratterizzato da una straordinaria biodiversità, da un patrimonio paesaggistico unico e da una forte vocazione turistica, non può permettersi il disordine. Una volta individuate le aree idonee, però, bisogna essere automatici e non ideologici nelle autorizzazioni. Non può esistere un no pregiudiziale come posizione di principio».
Spesso il modello spagnolo viene indicato come riferimento nel dibattito energetico. Quali sono le principali differenze rispetto all’Italia?
«La Spagna dispone di condizioni molto diverse dalle nostre. Ha una disponibilità enorme di superfici per il fotovoltaico, soprattutto in Andalusia, che presenta caratteristiche quasi desertiche. Inoltre, abbina le rinnovabili a una significativa produzione nucleare che garantisce stabilità al sistema. C’è poi un altro elemento fondamentale: la Spagna dispone di una capacità di rigassificazione estremamente superiore rispetto alla propria domanda interna, mentre noi abbiamo cinque rigassificatori che coprono circa il 50% del fabbisogno nazionale. Questa ridondanza infrastrutturale offre una sicurezza maggiore negli approvvigionamenti».
Veniamo al nucleare. Durante il suo intervento ha parlato della necessità di “integrare, non sostituire”. Che cosa significa concretamente?
«Un sistema energetico equilibrato deve poter contare su molteplici fonti. L’Italia dispone di risorse idroelettriche, fotovoltaiche, eoliche e geotermiche. Per alcuni decenni avremo ancora bisogno del gas, il cui peso dovrà progressivamente diminuire con la crescita delle fonti decarbonizzate. In questo quadro il nucleare non sostituisce le altre tecnologie, ma si aggiunge ad esse per rafforzare la stabilità del sistema. Dobbiamo costruire un mix energetico equilibrato, capace di garantire sicurezza, sostenibilità e competitività».
Tra le tecnologie emergenti c’è anche l’idrogeno. Quale ruolo potrà avere?
«L’idrogeno avrà una sua rilevanza nel prossimo decennio. La sua diffusione è più lenta perché richiede ancora un’evoluzione dei sistemi di utilizzo e consumo. Oggi, in molti casi, è più facile produrre idrogeno che impiegarlo in modo efficiente. Ma resta una tecnologia destinata ad avere un ruolo importante».
L’Italia dispone anche di una grande risorsa naturale: il mare. Quanto può incidere nella strategia energetica nazionale?
«Il Mediterraneo rappresenta un asset strategico. È già oggi un crocevia di infrastrutture fondamentali, dai gasdotti ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Proprio osservando la distribuzione dei nuovi data center in Italia ho notato una forte concentrazione tra Bari e Brindisi. La ragione è semplice: da lì transitano i principali collegamenti digitali tra Europa, Regno Unito, Commonwealth e India. Il mare è una straordinaria infrastruttura invisibile che contribuisce ad attrarre investimenti e attività ad alta intensità energetica. Per questo il suo ruolo sarà sempre più centrale nello sviluppo del Paese».





