Economia
La transizione non è solo elettrica: il nuovo ruolo del GNL nell’economia che cambia
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La transizione energetica europea continua a essere raccontata come un percorso lineare, quasi una sostituzione meccanica tra fonti tradizionali e nuove tecnologie. La realtà industriale, però, appare molto più complessa. La decarbonizzazione non si misura soltanto nella velocità con cui si abbandonano le fonti fossili, ma anche nella capacità di costruire un sistema energetico stabile, resiliente e sostenibile dal punto di vista economico. È dentro questa tensione tra obiettivi climatici e sostenibilità industriale che il Gas Naturale Liquefatto sta progressivamente assumendo un ruolo diverso rispetto al passato: non più soltanto combustibile di transizione, ma piattaforma abilitante per nuovi modelli di approvvigionamento e per lo sviluppo delle future molecole rinnovabili.
I numeri raccontano con chiarezza la dimensione del cambiamento. Nel 2021 il GNL copriva appena il 13% delle importazioni nazionali di gas; nel 2025 la quota è salita a circa il 34%, con una crescita particolarmente significativa delle forniture provenienti dagli Stati Uniti, passate da meno del 10% a circa la metà del GNL complessivamente importato. Un cambiamento che non riflette soltanto una diversa geografia commerciale, ma anche una profonda revisione delle strategie energetiche europee avviata dopo la crisi del 2022.
La riduzione della dipendenza dal gas russo ha imposto una revisione accelerata delle infrastrutture energetiche. L’Italia ha risposto attraverso una combinazione di elementi: il rafforzamento delle connessioni strategiche via gasdotto, l’utilizzo delle infrastrutture esistenti e l’entrata in funzione dei rigassificatori di Piombino e Ravenna. La conseguenza è stata una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento e una capacità di risposta che ha consentito di mantenere continuità nella fornitura energetica.
Ma il punto oggi non riguarda soltanto la sicurezza degli approvvigionamenti. Il GNL sta diventando un vettore capace di aprire nuovi mercati e di accelerare percorsi di decarbonizzazione nei comparti più difficili da elettrificare. Il trasporto pesante e il settore marittimo rappresentano probabilmente gli esempi più evidenti. Nel trasporto stradale italiano la rete ha raggiunto 185 punti vendita, mentre i consumi nel segmento pesante hanno registrato una crescita superiore al 30% nell’ultimo anno. Parallelamente, nel comparto marittimo operano già 22 navi alimentate a GNL nel Mediterraneo, con prospettive di ulteriore espansione entro il 2030.
La vera partita, tuttavia, non riguarda il GNL nella sua configurazione attuale, ma la sua evoluzione verso forme rinnovabili. Il bioGNL rappresenta infatti una delle possibili strade attraverso cui coniugare continuità industriale e obiettivi climatici, con un vantaggio che altri percorsi tecnologici non sempre riescono a garantire: la possibilità di utilizzare infrastrutture già esistenti senza imporre riconversioni radicali del sistema.
È proprio su questo aspetto che insiste Matteo Cimenti, presidente di Assogasliquidi-Federchimica: «In un contesto internazionale molto difficile, occorre poter disporre di più alternative possibili in termini di mix energetico, a maggior ragione se si tratta di alternative virtuose dal punto di vista delle emissioni. I gas liquefatti sempre più diffusi nelle loro versioni rinnovabili rispondono a tutte queste esigenze: sono pronti e già disponibili».
Il tema diventa particolarmente rilevante nel dibattito europeo sulle emissioni e sulle politiche di neutralità climatica. Il rischio che il confronto si riduca a una contrapposizione tra tecnologie vincitrici e tecnologie da abbandonare rischia infatti di semplificare eccessivamente una trasformazione molto più articolata. Perché la decarbonizzazione non è soltanto un obiettivo ambientale: è anche una questione di competitività industriale, investimenti e sicurezza energetica.
Ed è qui che il GNL potrebbe giocare una funzione più ampia rispetto a quella immaginata fino a pochi anni fa. Non come destinazione finale della transizione, ma come ponte industriale e tecnologico capace di accompagnare il passaggio verso sistemi energetici a minore intensità carbonica. Una differenza che, in una fase segnata da instabilità geopolitiche e domanda energetica crescente, rischia di diventare meno ideologica e molto più concreta.





