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Perché l’Unione Europea ha ancora bisogno di Draghi

18
Maggio 2026
Di Gianni Pittella

Mario Draghi ha in questi anni proposto con coerenza e determinazione le sue posizioni esigenti sulla Europa. Ma Il discorso pronunciato ad Aquisgrana ricevendo il Premio Carlomagno, stato qualcosa di più profondo: il riconoscimento lucido della fine di una lunga fase storica dell’Unione europea e, insieme, l’indicazione della strada necessaria per il futuro.

Per oltre settant’anni l’Europa ha potuto costruire pace, mercato unico, moneta comune e libertà di movimento perché esisteva un ordine internazionale stabile, protetto dalla sicurezza americana e sostenuto dalla globalizzazione. In quel contesto l’Europa ha privilegiato regole, mediazioni e governance, riducendo il peso della politica di potenza che aveva devastato il continente nel Novecento.

Quel mondo oggi non esiste più.

Pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, tensioni geopolitiche, competizione tecnologica e rivoluzione dell’intelligenza artificiale hanno mostrato tutte le fragilità europee: dipendenza energetica, ritardi tecnologici, frammentazione industriale, insufficiente integrazione dei capitali e incapacità di investire alla scala necessaria.

Il cuore del messaggio di Draghi è semplice ma decisivo: l’Europa non può più essere soltanto un grande mercato regolato. Deve diventare una vera potenza politica, industriale, tecnologica e strategica.

La sfida dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture energetiche, dei semiconduttori, della difesa comune e della sovranità tecnologica richiede investimenti giganteschi, coordinamento europeo e capacità di decisione rapida. In un mondo dominato da grandi potenze continentali, nessun Paese europeo può farcela da solo.

Per questo Draghi parla di “federalismo pragmatico”: gruppi di Stati pronti ad avanzare insieme su difesa, energia, innovazione e sicurezza comune. Non contro gli Stati Uniti, ma per costruire finalmente un’Europa adulta, capace di essere alleato forte e non dipendente.

La guerra in Ucraina ha già cambiato l’Europa più di quanto spesso si riconosca. Ha costretto gli europei a comprendere che libertà, democrazia e prosperità non possono sopravvivere senza capacità strategica, autonomia industriale e difesa comune.

Aquisgrana è stata dunque molto più di una lectio magistralis. È stata una chiamata alla maturità storica dell’Europa.

E in una fase tanto difficile e decisiva, una figura come quella di Draghi rappresenterebbe probabilmente una delle garanzie più autorevoli per accompagnare l’Unione verso un cambiamento ormai non più rinviabile.

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