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Usa-Cina: Trump lusinga Xi per l’Iran, lui lo minaccia su Taiwan
Di Giampiero Gramaglia
Donald Trump dice “banalità” – cito la Cnn -, che le relazioni tra Usa e Cina non sono mai state così buone (addirittura “fantastiche”) e che diventeranno ancora migliori, nella speranza che Xi Jinping lo aiuti a venire fuori dal pantano iraniano dove s’è cacciato. Ma Xi lo avverte che le differenze su Taiwan, in un prossimo futuro, potrebbe essere motivo di confronto e persino di scontro. Questa è la sintesi dell’incontro a Pechino tra i presidenti Usa e cinese, che principali media americani hanno seguito in diretta, fino alla visita turistica al Tempio del Cielo, o del Paradiso, che ha seguito le conversazioni ufficiali a porte chiude fra i due leader e allargate alle delegazioni.
Nella versione ufficiale del colloquio a porte chiuse, diffusa dall’agenzia di stampa cinese Xin Hua, Xi dice che le relazioni bilaterali “godranno di una stabilità globale”, se i rapporti su Taiwan, l’isola Stato che la Cina considera parte del suo territorio nazionale, saranno gestiti bene. Altrimenti, c’è il rischio “di confronti e persino di scontri, mettendo a grande repentaglio l’intero rapporto” sino-americano; e la situazione potrebbe diventare “molto pericolosa”. Partendo da Washington, Trump aveva detto di volere consultare Xi sul progetto di vendere armamenti a Taiwan: la risposta cinese è arrivata pronta e secca.
Per il New York Times, Trump e Xi si sono incontrati “mentre in Mondo è in ebollizione”: hanno discusso di relazioni economiche e commerciali, di Intelligenza Artificiale, di Taiwan e della guerra in Iran. Trump era accompagnato da decine di amministratori delegati di grandi aziende, fra cui Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia e Elon Musk – lui li ha così presentati: “I migliori uomini d’affari al Mondo, venuti qui per rendere omaggio alla Cina” –
Dall’esito del Vertice e, soprattutto, dai suoi strascichi, dipenderà se la distensione in atto tra Usa e Cina continuerà. Xi, però, sottolinea la necessità “di un nuovo paradigma” delle relazioni tra i due Paesi, che devono essere “partner e non rivali”.
I media ripercorrono le grandi pagine dei rapporti tra Usa e Cina, dal ‘disgelo’ segnato dall’incontro tra Richard Nixon e Mao Tse-tung, accompagnati dai rispettivi ministri degli Esteri Henry Kisseinger e Ciu En-Lai, ai giorni nostri. Il NYT osserva che, nonostante le relazioni intense fra i leader e i buoni rapporti ostentati da Trump, “i due popoli sembrano muoversi in direzione diverse” e sostiene, in un’analisi, che Xi non ha bisogno di un accordo con Trump oggi, anche perché le prospettive della Cina sono sempre tarate sul lungo termine e il tempo gioca, quindi, a suo favore, nel confronto con un interlocutore indebolito dalla guerra all’Iran e che vorrebbe un suo aiuto per risolvere un conflitto che pesa sull’economia mondiale e costa ai consumatori americani.
Il professor Manlio Graziano, sugli Appunti di Stefano Feltri, interpreta il concetto in questo modo: “I tempi politici di Usa e Cina sono diversi. I dirigenti cinesi ragionano su scale temporali che potremmo definire ‘dinastiche’, l’America trumpiana è entrata in una fase ‘acronica’…” (e, soprattutto, ha già l’ansia delle elezioni di midterm il 5 novembre).
Fonti dell’intelligence statunitense dicono al Washington Post che documenti forniti a Trump prima dell’incontro con Xi dimostrano che la Cina trae vantaggio dalla guerra all’Iran per migliorare la propria posizione nella competizione globale con gli Stati Uniti.
Però sull’Iran, come c’era da aspettarsi, Xi non va oltre impegni generici e non c’è da sperare altro. Mentre le aziende cinesi si danno da fare, in segreto, per vendere armi all’Iran: funzionari Usa spiegano che le transazioni avvengono tramite Paesi terzi, nel tentativo di celare l’origine delle forniture.
Se Pechino sembra avara di buone notizie per Trump, il Senato a Washington gliene regala due: boccia un’iniziativa dei democratici per chiudere la guerra all’Iran, nonostante tre senatori repubblicani, i ‘soliti noti’ Lisa Murkowski dell’Alaska, Susan Collins del Maine e Rand Paul del Kentucky, votino a favore – finisce 50 a 49 -; e sempre il Senato conferma la designazione di Kevin Warsh a nuovo presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti.
Warsh, che ottiene anche il voto di un senatore democratico, John Fetterman, della Pennsylvania, sostituirà l’attuale presidente Jerome Powell a fine mandato. Powell, che è stato spesso oggetto di aspre critiche da parte del presidente Trump, per la sua prudenza del ridurre il costo del denaro, continuerà a sedere nel Boad della Fed. Sul fronte dell’Ucraina, qualcosa sembra essere cambiato nell’atteggiamento russo, anche se la virulenza degli attacchi russi con missili e droni sulle città ucraine delle ultime ore non collima con le aperture al negoziato del presidente russo Vladimir Putin. Qualcosa forse emergerà dai colloqui a Mosca, quando ci saranno dei negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner





