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 Il pompiere Rubio

09
Maggio 2026
Di Redazione

La visita di Marco Rubio a Roma arriva in un momento in cui il rapporto tra Italia e Stati Uniti aveva bisogno di una riparazione più che di una semplice fotografia ufficiale. 
Dopo le sfuriate di Donald Trump, le tensioni sulla guerra in Iran, le pressioni sulle basi americane e le parole durissime rivolte al Papa, l’Italia era sembrata scivolare dal primo banco dei bravi scolari atlantici all’ultimo banco dei discoli europei, in compagnia di Spagna, Francia e altri alleati poco allineati. Non una rottura, ma certamente un raffreddamento.

Rubio è stato mandato anche per questo: non per fare teatro, ma per ricucire. Il Segretario di Stato ha incontrato prima Papa Leone XIV, poi Antonio Tajani alla Farnesina e infine Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. 
Il messaggio americano è stato abbastanza chiaro: Washington vuole verificare quanto l’Italia sia ancora disponibile a restare nel cuore del dispositivo occidentale, soprattutto su Iran, energia, NATO e presenza militare USA in Europa. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati non solo solidarietà verbale, ma disponibilità concreta. E qui iniziano i problemi, perché l’Italia vuole restare atlantica senza sembrare arruolata.

Per Meloni, l’incontro con Rubio è stato il primo vero test di alto livello dopo settimane complicate. La Premier doveva dimostrare due cose: di non aver perso il canale privilegiato con Washington e, allo stesso tempo, di non essere subalterna alla Casa Bianca. Operazione non semplice, perché Trump resta un riferimento naturale per una parte del suo mondo politico, ma oggi è anche un fattore di imbarazzo per un pezzo crescente dell’opinione pubblica italiana. Soprattutto dopo gli attacchi al Papa, che in Italia restano una pessima idea anche quando si è convinti di poter dire tutto.

Il passaggio in Vaticano è stato forse il più delicato. Papa Leone XIV, meno direttamente politicizzato nelle espressioni rispetto al predecessore, ha però acquisito rapidamente un peso specifico internazionale notevole. La visita di Macron di qualche settimana fa, seguita ora dall’arrivo di Rubio, dimostra che il nuovo Pontefice è percepito come un interlocutore globale e trasversale. 
Non a caso, Washington ha scelto Rubio come pontiere, e non il vicepresidente J.D. Vance, già piuttosto abrasivo in precedenti uscite. Serviva un moderato, non un lanciafiamme.

Roma, nel frattempo, ha pagato il prezzo logistico della diplomazia. Il centro cittadino è stato blindato, con i romani già normalmente assediati da turisti, cantieri e deviazioni trasformati per qualche ora in stranieri a casa loro. D’altronde, quando arriva un ospite ingombrante come Rubio, la capitale riscopre la sua antica vocazione imperiale: bloccare tutto per far passare uno.

Sul piano politico, la visita apre più domande che risposte. I prossimi passi nei rapporti Italia-USA passeranno da alcuni dossier molto concreti: la crisi iraniana, il possibile utilizzo delle basi, la sicurezza nel Mediterraneo, il futuro delle truppe americane in Europa, i dazi, l’Ucraina e il rapporto con il Vaticano. 
Meloni cercherà di tenere insieme tutto: fedeltà atlantica, prudenza europea, sensibilità cattolica e autonomia nazionale. Un esercizio di equilibrismo che finora le è riuscito spesso, ma che diventa più difficile quando Washington smette di chiedere amicizia e inizia a pretendere allineamento.

Resta infine la questione più politica: come valuterà l’elettorato un eventuale riavvicinamento tra Giorgia Meloni e la leadership americana? 
Per una parte della destra sarà un ritorno all’ordine naturale delle cose. Per una parte del centro moderato potrebbe essere accettabile solo se accompagnato da fermezza e autonomia. Per l’opposizione sarà l’occasione per accusarla, ancora una volta, di oscillare tra sovranismo e obbedienza atlantica.

La visita di Rubio, insomma, non chiude la partita. La riapre. Ma almeno la riapre nei luoghi giusti: Vaticano, Farnesina, Palazzo Chigi. In diplomazia, a volte, anche solo tornare a parlarsi senza urlare è già un risultato.