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Iran: conflitto a fuoco nello Stretto, per Trump “un buffetto”; il Papa regala un ulivo a Rubio

08
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Il conflitto a fuoco tra Iran e Usa nello Stretto di Hormuz, che, per il presidente Donald Trump, non rompe la tregua e non segna un’escalation del conflitto, ruba i titoli d’apertura di quasi tutti i media internazionali alla missione diplomatica in Vaticano del segretario di Stato Marco Rubio, che è stato ieri ricevuto da Papa Leone XIV e ha poi incontrato il suo omologo cardinale Pietro Parolin.

Altra notizia che è su tutte le home page dei media Usa è l’ennesima sconfitta del presidente Trump sui dazi in un’aula giudiziaria: la Corte del Commercio internazionale ha bocciato i dazi del 10% generalizzati decretati dalla Casa Bianca dopo che la Corte Suprema aveva bollato incostituzionali quelli imposti l’anno scorso, avocando poteri di cui il presidente non dispone.

Della visita di Rubio, l’Ap nota che Vaticano e Dipartimento di Stato hanno entrambi messo l’accento sui loro “solidi legami”. Rubio, che era in missione di ricucitura dello strappo causato dagli attacchi reiterati di Trump al Papa, ha donato a Leone XIV un fermacarte in forma di pallone da rugby, anzi da football americano; Prevost ha ricambiato cion una penna in legno d’ulivo, l’albero della pace.

Papa Leone e il cardinal Parolin hanno entrambi insistito sul “bisogno di lavorare instancabilmente a favore della pace”. Il presidente Trump ha ripetutamente e apertamente criticato i richiami venuti dal pontefice alla pace e al dialogo per chiudere la guerra israelo-americana all’Iran.

Oggi, Rubio ripete l’esercizio di riparazione con l’Italia: vede i ministri degli Esteri e della Difesa Antonio Tajani e Guido Crosetto, prima di essere ricevuto dalla premier Giorgia Meloni. Un test meno delicato di quello con il Vaticano e cui i media Usa dedicano minore attenzione.

Che cosa sia successo ieri nello Stretto di Hormuz è controverso, perché, a seconda delle fonti statunitensi o iraniane, la responsabilità della ripresa delle ostilità – forse solo una fiammata – è degli uni o degli altri. La Ap la racconta così: “I militari americani dicono di avere intercettato attacchi iraniani condotti con missili, droni e bachini veloci contro tre unità della US Navy e d0’avere risposto prendendo di mira installazioni militari iraniane da dove erano partiti gli attacchi”. Nelle operazioni, sarebbero stati coinvolti anche altri Paesi rivieraschi.

Commentando quanto avvenuto, Trump usa un’espressione comunque inappropriata, che si può tradurre in vario modo, “una pacca da innamorati”, un buffetto, un pizzicotto, e sminuisce l’importanza dell’episodio, mettendo invece enfasi sui progressi dei negoziati.

La notizia del conflitto a fuoco è del resto giunta dopo che il New York Times aveva scritto che Usa e Iran stanno discutendo una sospensione delle ostilità di trenta giorni, con la riapertura delll Stretto di Hormuz e la levata del blocco dei porti iraniani, dandosi tempo per trovare l’intesa sui programmi nucleari iraniani.

Secondo rapporti d’intelligence statunitensi, di cui dà notizia il Washington Post, l’Iran sarebbe capace di resistere da tre a quattro mesi alla chiusura dello Stretto e al blocco dei porti, prima d’accusarne severe conseguenze economiche e strutturali, e conserva tuttora un sostanzioso arsenale di missili e droni con cui rispondere a nuovi eventuali attacchi israelo-americani.

E il NYT conferma quanto aveva ieri affermato il Wall Street Journal, cioè che l’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo sono all’origine della repentina decisione del presidente Trump di chiudere, meno di 48 ore dopo averla lanciata, l’operazione Project Freedom che doveva assicurare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, offrendo la scorta della US Navy a mercantili e petroliere che desiderassero passare, nonostante la minaccia delle mine e delle lance iraniane.