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Iran-Usa-Europa: intreccio di guerre e di tensioni, mentre la popolarità di Trump e Putin crolla

04
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Per decenni, i giovani di sinistra europei hanno scandito nei loro cortei slogan contro la presenza degli Usa in Europa, con militari e atomiche in ambito Nato. A dare eco ai loro appelli, sovente giudicati estremisti dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei, pare ora deciso il presidente Donald Trump, che annuncia il ritiro dalla Germania di 5000 uomini (e avverte che “saranno molti di più); minaccia di fare altrettanto in Italia e in Spagna; e rende ancora più conflittuali le relazioni Europa / America alzando, a partire da lunedì 4 maggio, i dazi sull’import di auto dall’Ue dal 10 al 25%.

Non riuscendo a vincere la guerra con l’Iran, dove s’è impantanato, Trump ne apre un’altra contro gli europei. E, nell’attesa di ritirare fuori le mire sulla Groenlandia – prima o poi avverrà -, prepara un fronte di conflitto con Cuba: a una cena in Florida dov’è particolarmente su di giri, il presidente dice che la portaerei Ford, di ritorno dal Golfo, potrebbe mettersi di piantone di fronte all’isola e ‘spaventare’ il regime dell’Avana già indebolito dalla carenza di petrolio da quando gli Stati Uniti gli negano quello venezuelano.

I negoziati con l’Iran per un’intesa che chiuda la guerra avviata dall’aggressione israelo-americana del 28 febbraio sono in stallo: Trump boccia una bozza d’accordo di Teheran in 14 punti, che dà priorità alla riapertura dello stretto di Hormuz e all’attuazione della tregua in Libano e prende tempo sul che fare dell’uranio arricchito iraniano; e non esclude una ripresa delle ostilità, sospese dal 6 aprile. A Teheran, i falchi ostentano sicumera: “Trump deve scegliere, o un accordo che non gli piace o la guerra”.

Intanto, la US Navy mantiene il blocco navale ai porti iraniani e il magnate presidente, che pubblica sul suo social Truth una mappa dove lo Stretto di Hormuz diventa lo Stretto di Trump, annuncia che è pronta a fornire una scorta alle navi mercantili bloccate da settimane nel Golfo Persico e decise, pur di uscirne, a tentare la sorte delle mine e dei pasdaran.

Sul fronte libanese, l’esercito israeliano resta nel Sud del Paese dei Cedri, ordina evacuazioni, uccide civili, mentre Hezbollah non cessa di lanciare razzi sul territorio israeliano.

Il governo del premier Benjamin Netanyahu usa le maniere forti anche con gli attivisti della Flotilla intercettati in acque internazionali, al di fuori di ogni legalità. Due di essi, arrestati, uno spagnolo e un brasiliano, denunciano torture e maltrattamenti. Le proteste dei loro governi non scalfiscono l’arroganza israeliana.

Di fronte all’escalation statunitense sulla Nato – il ritiro dei militari – e sull’Ue – l’aumento dei dazi -, i leader europei, riuniti in Armenia per un vertice della Comunità politica europea, creata da poco e del tutto superflua, oltre che inutile, cercano contromosse. La crisi economico-energetica, innescata dalla guerra all’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, incalza: ai Paesi dell’Ue, costa circa 500 milioni di euro al giorno, è già costata – a inizio maggio – quasi 30 miliardi.

Dopo l’uscita degli Emirati arabi uniti, effetto di contrasti tra Abu Dhabi e Riad, l’Opec incrementa la produzione di petrolio. Ma lo shock dell’inflazione da ‘caro energia’ investe tutti i settori produttivi in tutto il Mondo. I petrolieri Usa gongolano, perché non hanno mai esportato così tanto; ma i consumatori Usa agonizzano, perché il prezzo della benzina alla pompa non era mai stato così alto dal marzo 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

E, infatti, i tassi di approvazione di Trump sono ai minimi assoluti, secondo tutti i sondaggi condotti tra fine aprile e inizio maggio, sia sui fronti internazionali che su quelli economico-commerciali. Un rilevamento Ipsos per Abc e Washington Post dà i democratici cinque punti avanti ai repubblicani in vista del voto di midterm del 5 novembre. I repubblicani, per evitare di perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, ridisegnano i collegi elettorali negli Stati da loro controllati, intaccando – complice l’avallo della Corte Suprema a trazione conservatrice – la rappresentanza delle minoranze.

Consapevole che la guerra erode il consenso e rende nervosi i parlamentari repubblicani, Trump invia una lettera al Congresso in cui afferma che la guerra in Iran “è terminata”: c’è una tregua a tempo indeterminato e, di conseguenza, non c’è bisogno che lui chieda l’autorizzazione di deputati e senatori per proseguire le ostilità, nonostante il blocco navale ai porti iraniani e la presenza nell’area di un impressionante apparato bellico statunitense. I leader dell’opposizione democratica hanno subito reagito alla mossa della Casa Bianca, considerata “illegale”, come, dal 1o maggio, lo è, a termini di legge, il conflitto, passati 60 giorni dal suo inizio.

Per il magnate presidente, è “un tradimento” sostenere che gli Usa non hanno sconfitto l’Iran. Però la tolleranza degli americani per la guerra pare essersi esaurita: l’ostilità dell’opinione pubblica tocca livelli superiori a quelli dei tempi del Vietnam.

Tempi grami per gli ‘aspiranti re’ e gli autocrati. In Russia, il presidente Vladimir Putin sta vivendo una crisi di popolarità, a 50 mesi dall’invasione dell’Ucraina: la guerra s’eternizza; la popolazione, oltre che il peso del conflitto, avverte gli effetti della crisi economica sulla vita quotidiana e patisce il blocco di internet. Così, a cinque mesi dalle elezioni legislative, il Cremlino – scrive Le Monde – incomincia a manifestare inquietudini.

Che le loro guerre ingiuste e illegali possano rivelarsi la nemesi di due leader che si sostengono l’un l’altro in sprezzo al diritto, all’equità e alla pace.