Innovazione
L’intelligenza artificiale entra in psicoterapia, ma non per sostituire i terapeuti
Di Lorenzo Berna
La psicoterapia è sempre stata un fatto profondamente umano: un paziente che parla, un terapeuta che ascolta e risponde, una guarigione che avviene attraverso le parole. Ma con la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale conversazionale, quel paradigma sta cambiando velocemente. Un gruppo di ricercatori dell’Università dello Utah ha deciso di affrontare la questione non chiedendosi se i robot sostituiranno i terapeuti, ma esplorando domande più concrete: cosa stiamo automatizzando, e in che misura?
Il risultato è uno studio pubblicato su Current Directions in Psychological Science, intitolato «A Framework for Automation in Psychotherapy», frutto di una collaborazione tra il College of Engineering, la School of Medicine e il College of Education dell’ateneo. «La storia delle nuove tecnologie è quasi sempre una storia di collaborazione, di come la tecnologia supporta l’esperto umano nel fare il lavoro che sa fare», ha spiegato Zac Imel, professore di psicologia dell’educazione e autore principale dello studio.
Il framework proposto articola l’automazione in quattro categorie lungo un continuum di complessità e rischio. La prima – sistemi scriptati – prevede chatbot che seguono alberi decisionali con contenuti preconfezionati da esseri umani. La seconda affida all’IA il compito di valutare le sessioni terapeutiche e fornire feedback ai clinici. La terza vede l’IA suggerire interventi o formulazioni, mentre il terapeuta umano continua a erogare la cura. La quarta, la più avanzata, prevede un agente autonomo che interagisce direttamente con il paziente, eventualmente sotto supervisione umana. «Un chatbot scriptato, uno strumento di coaching per terapeuti e un terapeuta IA completamente autonomo sono tecnologie fondamentalmente diverse, con rischi radicalmente diversi», ha sottolineato Imel. Eppure spesso né gli utenti né i sistemi sanitari sanno con quale di queste tecnologie stanno interagendo.
Il co-autore Vivek Srikumar, professore associato alla Kahlert School of Computing, ha usato l’analogia delle auto a guida autonoma: «Il settore automobilistico introduce da anni sistemi di assistenza alla guida, e l’estremo opposto è l’auto completamente autonoma. Lo stesso vale per l’IA in psicoterapia: l’estremo è un terapeuta artificiale, ma esistono livelli diversi di automazione associati a gradi diversi di rischio».
L’area su cui i ricercatori puntano con maggiore convinzione è quella della valutazione e della formazione dei clinici, dove i modelli linguistici di grandi dimensioni possono offrire un contributo significativo senza avvicinarsi alla sostituzione del professionista. «Valutare una sessione psicoterapeutica è tremendamente laborioso, lento, poco affidabile e raramente utilizzato nella pratica», ha detto Imel. I modelli linguistici possono invece catturare rapidamente i componenti chiave del trattamento e restituire quella valutazione al terapeuta in tempo quasi reale. Il team sta già collaborando con SafeUT, la linea di crisi testuale dello Stato dello Utah, per sviluppare strumenti di valutazione delle sessioni dei counselor.
Il terzo co-autore, Brent Kious, psichiatra associato, ha evidenziato le potenzialità dell’IA anche nelle linee di crisi: «È un ambiente molto difficile, in cui non sai nulla delle persone con cui parli, hai forse cinque o sei scambi per connetterti con loro e aiutarle. I futuri sistemi di counseling in crisi saranno pesantemente potenziati dall’IA, perché la scala è troppo grande per essere gestita senza automazione».
I ricercatori mettono però in guardia dai rischi dell’automazione più estrema. Chiunque può già rivolgersi all’IA per qualcosa che assomiglia a una sessione terapeutica, ma i modelli linguistici non utilizzano necessariamente tecniche psicoterapeutiche basate sull’evidenza, sono noti per fabbricare informazioni, codificare pregiudizi e rispondere in modo imprevedibile. «Perché mai si dovrebbe voler usare la versione più rischiosa di uno strumento quando esistono versioni molto più leggere che possono già fare la differenza?», ha detto Srikumar. «Un’applicazione per prendere appunti durante una sessione, per esempio: già questo migliorerà la qualità della vita dei clinici e la qualità del servizio».





