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Iran: momenti cruciali, o un accordo dai negoziati o la ripresa della guerra

21
Aprile 2026
Di Giampiero Gramaglia

O un accordo dai negoziati o la ripresa della guerra: ore cruciali a Islamabad, in Pakistan, dove sono attesi il vice-presidente degli Stati Uniti JD Vance e il team iraniano per riprendere i colloqui bruscamente interrotti domenica 12 aprile. Con Vance, viaggiano i negoziatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, protagonisti di tutte le trattative internazionali del Trump 2, ma che finora non hanno trovato il bandolo di nessuna matassa, né in Ucraina, né in Medio Oriente – la tregua a Gaza non è mai approdata alla fase due – e neppure in Iran. Intanto, si profila un nuovo round di colloqui, a Washington, giovedì, tra Israele e Libano, per protrarre la tregua e addivenire – ma pare difficile – a un’intesa di pace.

Ma quelle che si profilano, ammesso che gli iraniani si presentino all’appuntamento, sono trattative “su un terreno instabile” – la definizione è del Washington Post -, specie dopo il sequestro, domenica, di una nave iraniana in avvicinamento allo Stretto di Hormuz, di cui Teheran ora chiede l’immediato rilascio, considerando il sequestro una violazione del cessate il fuoco in atto.

Gli Stati Uniti stanno ispezionando la nave, la Touska, da cima a fondo, aprendo ed esaminando centinaia di containers: contano di ricavarne informazioni sui rapporti tra Cina e Iran – la nave proveniva dalla Cina – e sulle forniture da parte di Pechino a Teheran di materiale ‘dual use’, cioè utile a fini sia civili che militari. A ieri, dall’inizio del blocco, erano in tutto 27 le imbarcazioni cui la US Navy ha impedito l’accesso allo Stretto o l’uscita da esso, costringendole a invertire la rotta.

A giudizio della stampa internazionale, prima del nuovo round negoziale Washington e Teheran hanno mandato “segnali confusi”, con il risultato che  tensioni e le incertezze hanno ieri causato aumenti del 5% dei prezzi del petrolio. Il Financial Times considera estremamente improbabile che la nuova sessione produca un’intesa, mentre il New York Times mette in evidenza come la ricerca “di risultati immediati” da parte americana contrasti con la tattica iraniana “dei tempi lunghi”, essendo Teheran convinta che il ‘caro petrolio’ e l’impatto economico della crisi energetica giochino a suo favore.

Al momento, i diversi stili di trattativa mettono Usa e Iran “in rotta di collisione”. E Israele, che pensa che “il lavoro” non sia stato concluso – né l’annichilimento dei programmi nucleari, né l’azzeramento delle capacità missilistiche, né il cambio di regime – soffia sul fuoco della ripresa delle ostilità.

La stampa Usa punta i riflettori sul ruolo negativo nelle trattative del presidente Usa Donald Trump, le cui dichiarazioni sull’Iran – scrive il New York Times – “diventano sempre più contraddittorie”. La Cnn offre un retroscena del fin qui mancato accordo: “Un’Intesa per porre termine alla guerra pareva vicino. Poi, Trump ha iniziato a postare sul suo social” e Teheran ha fatto un passo indietro, rifiutandosi di negoziare sotto minaccia. “La smania di Trump di avere su di sé tutta l’attenzione compromette le speranze di un’intesa, mentre s’avvicina la fine della tregua

Sulla stessa linea, Politico rileva che “la guerra all’Iran accelera il distacco dell’America dal resto del Mondo” e che “le mosse erratiche del presidente Trump non migliorano la situazione”. La Fox dà, invece, una lettura quasi opposta e denuncia le minacce “neppur troppo sottilmente velate” fatte dall’Iran: Teheran ha fatto sapere di essere pronta a giocare “nuove carte sul campo di battaglia”, senza che sia chiaro quali esse siano.

Secondo il NYT, Arabia Saudita e Iraq si trovano a loro volta “invischiati in una guerra segreta dentro la guerra dichiarata tra Usa e Iran” e vi sono, nei due Paesi, pulsioni a reagire agli attacchi con droni lanciati dai loro territori da milizie sciite filo-iraniane.

Sul fronte libanese, hanno destato polemiche indignate le immagini di un militare israeliano che prende a martellate una statua di Gesù. L’esercito israeliano ha avviato un’inchiesta e il premier Benjamin Netanyahu ha espresso rammarico per un gesto che ha turbato “i fedeli in Libano e ovunque nel Mondo”.

Usa: dimissioni eccellenti, la ministra del Lavoro e Tim Cook, ceo di Apple
Ci sono anche dimissioni più o meno eccellenti a destare l’attenzione dei media Usa. Esce di scena come ampiamente previsto la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer, terzo ministro a lasciare l’Amministrazione Trump 2, dopo le segretarie alla Giustizia Pam Bondi e alla Sicurezza interna Kristi Noem – tutte donne finora le ‘licenziate’ -.

Chavez-DeRemer se ne va fra accuse di comportamenti non professionali e non etici – inchieste sono in corso -, cui si sommano accuse di molestie sessuali a dipendenti rivolte a suo marito.

Se ne va anche – ma qui siamo nel settore privato – Tim Cook, da 15 anni amministratore delegato della Apple, che, compiuti 65 anni, il primo settembre lascerà il posto a John Termus, fin qui a capo della produzione di hardware e considerato il naturale successore, Cook resterà tuttavia coinvolto nell’azienda di Cupertino, in California, conservando il ruolo di executive chairman.

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