Economia

La globalizzazione è finita: i dati dicono una cosa diversa

21
Aprile 2026
Di Giampiero Cinelli

Il mondo sembra tirarsi a pezzi. Dazi, tensioni geopolitiche, guerre commerciali, il disaccoppiamento tra Usa e Cina. Eppure i dati raccontano un’altra storia. Il DHL Global Connectedness Report 2026, elaborato dalla NYU Stern School of Business su oltre 9 milioni di punti dati relativi a flussi di commercio, capitali, informazioni e persone, arriva a una conclusione netta: la deglobalizzazione è più una narrazione politica che un fenomeno reale.

L’indice di connettività globale ha raggiunto il suo massimo storico nel 2022 e da allora non è cambiato in modo significativo. Il commercio mondiale di beni è cresciuto nel 2025 più rapidamente di qualsiasi anno dal 2017, fatta eccezione per il rimbalzo post-pandemia, trainato dalla corsa all’importazione negli Usa in anticipo sui dazi, dalle esportazioni cinesi verso i mercati non americani e dalla domanda di componenti per l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale, che da sola ha contribuito al 42% della crescita del commercio nei primi tre trimestri dell’anno. Le proiezioni per il periodo 2026-2029 indicano una crescita media annua del commercio globale del 2,6%, in linea con il decennio precedente.

Il dato forse più controintuitivo riguarda le distanze. Se la regionalizzazione fosse davvero in corso, i flussi commerciali dovrebbero accorciarsi. Accade esattamente il contrario: nel 2025 le merci e gli investimenti diretti esteri hanno percorso le distanze medie più lunghe mai registrate, mentre la quota di scambi avvenuta all’interno delle grandi aree geografiche è scesa ai minimi storici.

Sul fronte geopolitico, il disaccoppiamento tra Usa e Cina è reale ma circoscritto. Dal 2016 la quota dei flussi bilaterali – commercio, capitali, informazioni, persone – è calata del 42% lato americano e del 37% lato cinese. La rottura tra Ue e Russia è ancora più marcata dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma queste dinamiche hanno ridistribuito solo il 4-6% del commercio globale. L’economia mondiale non si è spaccata in blocchi contrapposti: nel 2025 appena il 12% del commercio globale di beni si svolgeva tra i blocchi di alleati stretti di Usa e Cina, e gli investimenti tra rivali geopolitici erano ancora più marginali.

Il report individua anche le ragioni per cui la percezione pubblica diverge così nettamente dai dati. La narrazione della deglobalizzazione è alimentata da bias cognitivi – si amplificano i dazi, si ignorano i nuovi accordi commerciali – e dall’errore di generalizzare le tendenze dei grandi attori come Usa e Cina all’intero sistema globale. Il ragionamento motivato di sostenitori e critici della globalizzazione fa il resto.

Nella classifica dei Paesi più connessi al mondo, Singapore guida davanti a Lussemburgo e Paesi Bassi. L’Italia si colloca al settimo posto per ampiezza geografica dei flussi internazionali. Gli Emirati Arabi Uniti registrano il maggiore incremento di connettività dal 2001 a oggi.

Insomma il mondo è diventato più complesso e volatile. Non meno connesso.