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L’Europa di fronte a un bivio. Ora cambiare i sistemi decisionali

19
Aprile 2026
Di Gianni Pittella

L’Europa, per sua natura, non è nata per stare “sul ring”. È il prodotto di una costruzione istituzionale complessa, fatta di equilibri, mediazioni, tempi lunghi. Una forza che diventa però debolezza quando il contesto internazionale impone rapidità, chiarezza, capacità di colpire colpo su colpo. Eppure, proprio nelle fasi di crisi, l’Unione ha dimostrato di saper trovare energie insospettate. Oggi siamo in uno di quei passaggi. Il quadro mediorientale, segnato da tensioni drammatiche, lascia intravedere uno spiraglio di de-escalation. Non è pace, ma è uno spazio politico. E, per la prima volta dopo molto tempo, l’Europa non ha più ai piedi il peso paralizzante del veto sistematico di Viktor Orbán su dossier cruciali di politica estera e sicurezza. Questo apre una possibilità: costruire una posizione unitaria, forte, riconoscibile.

Il primo banco di prova è lo Stretto di Hormuz. Da lì passa una quota decisiva dell’energia mondiale, e ogni instabilità si traduce immediatamente in shock economici globali. L’Europa ha interesse diretto alla sicurezza di quella rotta. Ma non si tratta di una presenza militare tradizionale: serve una missione a vocazione pacifica, di garanzia, capace di sminare e assicurare la libertà di navigazione. Un’iniziativa europea, eventualmente coordinata con partner internazionali, ma con una chiara impronta autonoma. Sarebbe un segnale di maturità geopolitica.

Il secondo terreno è quello della sicurezza euro-atlantica. Il rapporto con gli Stati Uniti resta fondamentale, e la NATO continua a essere il pilastro della difesa europea. Ma il ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale impone una riflessione realistica: l’alleanza non può più essere vissuta come una delega. “Amici sempre”, certo. Ma anche consapevoli che l’affidabilità strategica americana non è più un dato scontato. Rafforzare il “pilastro europeo” della NATO significa investire di più, coordinare meglio, costruire capacità comuni. In una parola: diventare adulti sul piano della difesa.

Infine, c’è la dimensione economica e sociale, forse la più urgente. Le guerre, anche quando non ci coinvolgono direttamente, producono effetti inevitabili: inflazione energetica, rallentamento della crescita, aumento delle disuguaglianze. Il rischio di una recessione globale è concreto, così come quello di un impoverimento diffuso delle classi medie europee.

Qui l’Unione deve ritrovare lo spirito mostrato durante la pandemia. Il precedente del Next Generation EU ha dimostrato che, di fronte a shock sistemici, l’Europa può rompere tabù storici. Oggi serve un nuovo salto: emissione di debito comune per finanziare investimenti strategici, sospensione temporanea del Patto di stabilità per liberare risorse nazionali, rafforzamento del ruolo della Banca Europea per gli Investimenti come leva anticiclica.
E non abbandonare la Ucraina!

Ma tutto questo si scontra con un nodo politico irrisolto: il meccanismo dell’unanimità. Finché ogni Stato membro potrà bloccare decisioni cruciali, l’Europa resterà esposta a paralisi e ricatti. Il superamento del voto all’unanimità nel Consiglio non è più una questione teorica, ma una necessità operativa. Senza questa riforma, ogni ambizione geopolitica rischia di restare sulla carta. In definitiva, l’Europa si trova davanti a un bivio. Continuare a essere una potenza normativa, capace di influenzare le regole ma non gli eventi. Oppure compiere il passo decisivo verso una vera soggettività politica, capace di agire, proteggere, decidere.

Le condizioni, paradossalmente, non sono mai state così favorevoli. La domanda è se ci sarà la volontà di coglierle.