Trasporti
Carburanti, prezzi in salita e ribassi mancati: il mercato tra volatilità geopolitica e limiti nazionali
Di Beatrice Telesio di Toritto
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Non è la politica a scegliere sulle accise, ma il mercato energetico a imporre la linea: la proroga del taglio è l’effetto, non la causa, della fragilità del sistema. Il Decreto Carburanti, rifinanziato fino al 1° maggio, conferma il taglio di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio e il meccanismo di monitoraggio anti-speculazione lungo la filiera, ma soprattutto certifica la necessità di intervenire in modo ricorrente su una variabile che resta esogena. I numeri più recenti dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy raccontano con chiarezza questa dinamica: il prezzo medio nazionale in modalità self service è salito a 1,792 euro al litro per la benzina e a 2,184 euro per il gasolio, con punte sulla rete autostradale rispettivamente a 1,829 e 2,203 euro. Un livello che si mantiene elevato nonostante il calo delle quotazioni internazionali del greggio, segnalando una trasmissione imperfetta e ritardata dei ribassi.
È proprio su questo scarto che si concentra l’attenzione del governo, che ha convocato le principali compagnie petrolifere al Mimit chiedendo un adeguamento dei prezzi, mentre la Guardia di Finanza ha rilevato irregolarità nel 73% dei controlli effettuati tra il 12 e il 25 marzo, con 247 istruttorie aperte lungo tutta la filiera. Il tema della speculazione torna così al centro del dibattito, rafforzato anche dalle segnalazioni delle associazioni dei consumatori, secondo cui i prezzi alla pompa non avrebbero ancora recepito il calo del greggio registrato sui mercati internazionali, con effetti tangibili sul costo dei pieni che, in alcune regioni, arrivano a crescere fino a 80 centesimi per 50 litri in pochi giorni. Il punto, tuttavia, non è solo congiunturale. In questo quadro, nell’informativa alla Camera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato la natura “doverosa” dell’intervento pubblico, collegandolo esplicitamente al rischio di uno shock energetico e alle ricadute su prezzi, consumi e filiere produttive.
Non solo leva fiscale, ma anche politica estera: dalle missioni in Algeria al rafforzamento dei rapporti con nuovi partner come l’Azerbaigian, l’obiettivo indicato è quello di consolidare la sicurezza degli approvvigionamenti e ridurre la dipendenza da singole aree. Allo stesso tempo, il governo ha posto con forza in sede europea il tema del sistema ETS, ritenuto uno dei fattori che contribuiscono a mantenere elevato il costo dell’energia anche in presenza di fonti rinnovabili, ottenendo l’apertura alla possibilità di misure nazionali urgenti in grado di attenuarne l’impatto nel breve periodo. Il punto, tuttavia, non è solo congiunturale. La dinamica dei prezzi energetici continua a essere guidata da fattori geopolitici, con il Medio Oriente tornato a rappresentare il principale elemento di instabilità.
Anche segnali di tregua temporanea o di raffreddamento delle tensioni non si traducono automaticamente in una riduzione dei prezzi finali, perché il rischio resta incorporato nelle aspettative dei mercati. In questo contesto, l’Italia si muove lungo un equilibrio complesso, tra interventi interni e ricerca di nuovi assetti nelle forniture, mentre resta evidente la natura strutturale della sua esposizione: un sistema industriale orientato all’export ma fortemente dipendente dalle importazioni energetiche continua a risentire in modo diretto delle oscillazioni dei mercati globali. Il tema si riflette anche sul piano europeo, dove la frammentazione delle politiche energetiche limita la capacità di risposta a shock che hanno natura transnazionale. Il mercato dell’energia non sta tornando alla normalità: sta ridefinendo una nuova normalità, fatta di volatilità e rischio incorporato nei prezzi.





