Politica

Ungheria: Magyar detronizza Orban, ma non ha vinto la sinistra

13
Aprile 2026
Di Giampiero Cinelli

Cos’ha portato Peter Magyar, leader del partito Tisza ed ex braccio destro del premier ungherese uscente, a vincere le elezioni conquistando la super-maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento? Con i dati quasi ufficiali, Tisza si aggiudica 138 seggi sui 199 in palio, contro i 55 di Fidesz. L’unica altra forza a entrare in Parlamento è l’ultradestra di Mi Hazánk con 6 seggi. In termini percentuali, Magyar si è imposto con il 53,6% dei consensi contro il 37,7% di Orban. Troppo semplice adottare la chiave di lettura tutta spostata sulle questioni estere. C’è chi non ha dubbi si tratti di una vittoria interna, decisa dagli ungheresi sulle faccende di Budapest e alla luce degli equilibri delicati che Orban aveva creato.

Lo prova l’affluenza record: oltre il 77% alle 18.30, con il totale del 2022 già superato alle 17. Fin dalle prime ore si erano formate lunghe file ai seggi di Budapest, con un’affluenza dell’89% alle 11. Un segnale inequivocabile della posta in gioco percepita dagli ungheresi.

L’Ungheria difficilmente sarà ora molto diversa in sede europea, anche perché Peter Magyar è tutto meno che di sinistra. O meglio, non corrisponde al profilo politico che oggi identifichiamo nei principali protagonisti occidentali dell’Unione. Resta scettico sia sulle armi all’Ucraina sia sul dossier immigrazione, ma a quanto pare crede in un rinnovamento della sua nazione.

«Gli ungheresi hanno votato per un cambiamento profondo, una nuova era: il mio sarà il governo di tutti. Il nostro Paese non ha tempo da perdere, ha grandi problemi da affrontare, è stato tradito e devastato», ha detto alla stampa fissando subito il ritmo: fare in fretta.

Incalzato dai giornalisti sui rapporti con Mosca e Washington, Magyar è stato netto: non chiamerà Vladimir Putin – «spero che sia costretto a mettere fine alla guerra in Ucraina», ha detto, ricordando che «la vittima di questo conflitto» è Kiev – e non chiamerà nemmeno Donald Trump, pur impegnandosi a fare «tutto il possibile per essere buona alleata degli Stati Uniti». Il Cremlino, per voce del portavoce Dmitry Peskov, ha già risposto definendo l’Ungheria «un Paese ostile» e escludendo qualsiasi congratulazione. Magyar ha preso atto dell’«accettazione» del risultato da parte di Pechino e Mosca, ma ha ribadito la bussola del suo governo: «In Ungheria nessuno vuole la guerra. Il governo Tisza sarà il governo della pace».

Uno sguardo anche verso Roma. Magyar ha detto di sperare di poter parlare «al più presto» con Giorgia Meloni, che aveva intrattenuto rapporti stretti con Orban, al punto da partecipare a un video della sua campagna elettorale.

La politica ungherese a Bruxelles
Sul fronte europeo, Magyar ha indicato tra i primi obiettivi lo sblocco di circa 20 miliardi di euro in fondi Ue congelati a causa delle riforme illiberali del predecessore. «Ho parlato con molti leader europei e con la presidente von der Leyen, e continueremo i negoziati», ha riferito, precisando però i confini del nuovo corso: «Il nostro posto è l’Europa, saremo partner costruttivi. Ma ci asterremo dall’interferire negli affari interni di qualsiasi altro Paese, e chiediamo loro di fare lo stesso. La nostra storia non si scrive a Bruxelles o a Washington, ma nelle strade e nelle piazze ungheresi».

Tra le misure interne più urgenti Magyar ha citato il contrasto alla corruzione e la volontà di modificare la Costituzione per imporre un massimo di due mandati ai premier. A Orban, infine, ha riservato un attacco diretto, accusandolo di aver diffuso «bugie mattina, giorno e notte», di aver tappezzato l’Ungheria di manifesti allarmistici e di aver condotto una «propaganda in stile Goebbels» sulle sue presunte intenzioni nei confronti dell’Ucraina.

Ascesa e caduta di un tiranno
Sedici anni. Tanto è bastato a Viktor Orban per trasformare l’Ungheria in un Paese dove i media sono sottoposti a censura, i diritti dell’opposizione calpestati, la magistratura risponde al governo e le minoranze, etniche e lgbtq, vivono in un clima di persecuzione sistematica. Una deriva cui l’Europa ha assistito per anni neghittosa e distratta, qualche volta sgridandolo, spesso blandendolo, grazie a due polizze d’assicurazione di lusso: l’appartenenza al Partito popolare europeo, da cui è uscito solo nel 2021 per evitare l’espulsione, e la protezione di Angela Merkel, che in lui continuava a vedere il giovane ribelle liberale che aveva guidato l’assalto finale al comunismo.

Quella figura esisteva davvero, almeno all’inizio. Tornato in patria dopo gli studi, Orbán fu eletto premier nel 1998 alla guida di una coalizione liberal-democratica. Furono gli anni in cui l’Ungheria entrò nella Nato e il governo chiese l’adesione all’Unione europea, avvenuta nel 2004. Ma nel 2002 arrivò la sconfitta contro Ferenc Gyurcsány, ex cacicco comunista riconvertito al socialismo democratico, confermata nel 2006. Fu allora che Orbán pronunciò, in un discorso a porte chiuse poi rivelato dai media ungheresi la frase che avrebbe segnato tutto quello che venne dopo: «Ci basta vincere una volta, poi sapremo cosa fare». Dovette aspettare il 2010, quando gli scandali e la recessione travolsero i socialisti, regalandogli una vittoria travolgente e la maggioranza dei due terzi in Parlamento: quella che gli consentiva di cambiare la Costituzione.

La metamorfosi fu totale. Si reinventò campione di una battaglia di civiltà – Dio, patria e famiglia contro «la Santa alleanza dei burocrati di Bruxelles, dei media progressisti e del capitale internazionale». Il metodo fu sistematico: ridisegnò i collegi elettorali a favore del suo partito Fidesz, riempì la Corte costituzionale di fedelissimi, creò un organismo centrale per i media controllato dal governo, cacciò centinaia di professori dall’insegnamento universitario, sostituì i direttori dei teatri con uomini di sua fiducia. In quella che Agnes Heller definì una «cleptocrazia».

Il suo vero momento di gloria arrivò nel 2015, con i flussi di rifugiati siriani che dalla Grecia cercavano di raggiungere la Germania passando per Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria. Orbán li bloccò, poi li lasciò partire quando Merkel annunciò che non avrebbe chiuso le frontiere tedesche, e infine sigillò i confini col filo spinato. Ma soprattutto aizzò l’isteria popolare, descrivendo l’ondata migratoria come una cabala orchestrata da «un nemico diverso da noi, non diretto ma obliquo, non onesto ma spregevole, non nazionale ma internazionale, che non crede al lavoro ma specula col denaro».

E quindi arriviamo ad oggi. Con un altra storia forse da scrivere. Che tra slanci e contraddizioni potrebbe lasciare i premier di casa nostra con l’amaro in bocca.