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Iran: falliti i negoziati, Trump minaccia blocco navale e se la prende con Papa Leone XIV

13
Aprile 2026
Di Giampiero Gramaglia

Negoziati in bilico, tregua a rischio, propositi – contraddittori – che gli Stati Uniti sminino lo Stretto di Hormuz e attuino un blocco navale dell’Iran, con il risultato di rendere ulteriormente instabili gli approvvigionamenti energetici internazionali: i colloqui a Islamabad tra Usa e Iran si chiudono con un nulla di fatto dopo 21 ore di trattative ininterrotte, lasciando tutto aperto e in sospeso.

Non è neppure chiaro se i negoziati riprenderanno, dove, come, quando: il Pakistan dice che si tratta solo di un’interruzione; Washington e Teheran non offrono prospettive. Domani, a Washington, Israele e Libano devono discutere, a livello d’ambasciatori, della guerra di Israele alla milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, che si combatte sul territorio libanese.

Un rasserenamento su quel fronte potrebbe favorire una ripresa dei contatti tra Usa e Iran. E intanto, in questo contesto di confusione e d’incertezza, il presidente Usa Donald Trump attacca frontalmente, in un lungo post sul suo social Truth, Papa Leone XIV, il primo papa statunitense, che – scrive Trump – è “debole” e “pessimo in politica estera” e che, invece di criticarlo, dovrebbe essergli grato perché, senza di lui, non sarebbe pontefice.

Sull’altro fronte di guerra aperto, l’Ucraina, la tregua pasquale s’è conclusa e combattimenti e bombardamenti sono ripresi. Kiev e Mosca cercano entrambe di rafforzare la propria posizione sfruttando il conflitto iraniano: il presidente russo Vladimir Putin si propone come mediatore, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky cerca sponde in Turchia e in Siria, per rafforzare il ruolo dell’Ucraino nel Mar Nero e diventare interlocutore di un ex alleato russo.

Iran: il fallimento dei negoziati e le prospettive per lo Stretto di Hormuz
Nei colloqui di Islamabad, il team iraniano, forte di oltre settanta persone, era guidato dal presidente del Parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, col ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La delegazione statunitense era condotta dal vice di Trump JD Vance e comprendeva i ‘negoziatori in capo’ Steve Witkoff e Jared Kushner. S’è comunque trattato di colloqui storici: era la prima volta dal 1979, cioè dalla Rivoluzione islamica che rovesciò lo Scià, che delegazioni di così alto livello dei due Paesi si incontravano.

Saputo del mancato accordo, il presidente Trump ha scritto sul suo social Truth che la marina Usa avrebbe “immediatamente” bloccato in entrata e/o in uscita lo Stretto di Hormuz, attuando di fatto un blocco navale dell’Iran, perché nessuna nave avrebbe più potuto approdare a un porto iraniano o lascialo.

Le modalità di attuazione del blocco, che dovrebbe iniziare oggi, restano però fluide e incerte: dopo averlo annunciato come “immediato”, Trump precisava chela sua applicazione richiederà tempo. E il Comando Centrale degli Stati uniti, responsabile per le operazioni nell’area, precisava che l’operazione riguarda solo i porti e le coste dell’Iran e non tutte le navi che transitano nello Stretto, cioè non quelle che provengono da altri Paesi o che vi sono dirette.

Trump ha pure minacciato la Cina se aiuterà l’Iran a sopravvivere al blocco. Il New York Times scrive che Pechino e Teheran “hanno fatto dell’economia globale un’arma” per sconfiggere Trump al suo stesso gioco

In ogni caso, senza lo sminamento del Golfo, la navigazione resta aleatoria. E lo sminamento richiede dragamine di cui gli Stati Uniti non dispongono più, o in numero sufficiente, per cui debbono di nuovo chiedere l’aiuto degli alleati, pronti a darlo solo una volta superata la situazione di conflitto.

Già nella giornata di sabato c’erano stati messaggi contraddittori sulla situazione nello Stretto: Trump aveva affermato che gli Stati Uniti ne avevano iniziato lo sminamento e che due incrociatori Usa lo avevano attraversato, una prima dall’inizio del conflitto il 28 febbraio; i media di teheran avevano invece sostenuto che l’Iran aveva costretto le due unità a tornare indietro.

Lasciando l’Iran domenica, il vice-presidente Vance ha affermato che gli Stati Uniti restano aperti alla diplomazia con l’Iran solo se Teheran accetta “la nostra offerta finale e migliore”, in particolare se si impegna a non dotarsi dell’atomica: “penso che noi siamo stati piuttosto flessibili”. Vance, che era arrivato in Pakistan dopo essere stato in Ungheria a sostenere il premier uscente Viktor Orban, ha inanellato smacchi: Orban ieri è stato sconfitto nelle elezioni politiche e il negoziato con l’Iran è saltato.

La decisione del vice di Trump di sospendere la trattativa al primo round, una maratona negoziale di 21 ore protrattasi tra sabato e domenica, e di tornare negli Usa, è parsa a molti precipitosa: era infatti improbabile che una sessione di colloqui s i rivelasse sufficiente. Forse, Vance ha percepito una trappola tesagli da Trump che gli ha affidato due missioni impossibili, in Ungheria e in Iran, dove doveva cercare di chiudere in quattro e quattr’otto un conflitto che lui ha sempre osteggiato.

C’è chi vede, tuttavia, qualche risultato positivo in quanto avvenuto: il Washington Post scrive che le delegazioni statunitense e iraniana hanno convenuto misure di fiducia reciproche, che potrebbero rendere più fluidi futuri ulteriori contatti.

L’attacco di Trump a Papa Leone XIV
In questo clima è arrivato ieri il violento attacco del presidente Trump a Papa Leone XIV, in un post su Truth. “E’ debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera. Parla della paura verso l’Amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica – e tutte le altre organizzazioni cristiane – hanno provato durante il Covid, quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per avere celebrato funzioni religiose … Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga: lui ha capito tutto … Non voglio un papa che ritenga accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare”.

La lunghezza del post conferma una nuova tendenza del magnate presidente: non più messaggi sintetici e virulenti, ma esternazioni torrenziali; e nessun limite ai suoi bersagli, fino a prendersela con il leader di 1,4 miliardi di cattolici nel Mondo. Con il Papa in partenza per l’Africa, non ci sono finora reazioni dal Vaticano.

Scrive Trump: “Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America attacchi il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che, ancor peggio, stava svuotando le proprie carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti… E non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia”.

“Leone – prosegue Trump – dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa solo perché americano: si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Trump … Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano…”.

“Purtroppo – continua Trump -, l’atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero”. “Leone – conclude Trump – dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, piuttosto che un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!”.