Esteri
L’Italia in Asia Centrale: l’agroalimentare come leva di gastrodiplomacy
Di Alessandro Gullotto
Il Business Forum Italia–Asia Centrale, inaugurato a Tashkent su iniziativa del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste in collaborazione con Agenzia ICE, non è soltanto un evento economico. È un’operazione di posizionamento strategico. L’area centroasiatica: Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Azerbaigian, è oggi uno snodo geopolitico cruciale. Situata lungo i corridoi che collegano Europa e Asia, attraversata da interessi russi, cinesi e turchi, rappresenta uno spazio di crescente competizione economica e diplomatica. In questo scenario, l’Italia sceglie una chiave precisa: l’agroalimentare. Negli ultimi vent’anni la cosiddetta gastrodiplomacy, ovvero l’uso strategico del cibo e delle filiere alimentari come strumento di influenza internazionale, è divenuta parte integrante della politica estera di numerosi Paesi, dalla Corea del Sud alla Thailandia.
L’Italia possiede un vantaggio strutturale: il suo sistema agroalimentare è percepito globalmente come sinonimo di qualità, tradizione e sostenibilità. Portare in Asia Centrale non solo prodotti ma modelli organizzativi, tecnologie, formazione e tutela delle Indicazioni Geografiche significa esportare un paradigma produttivo. Non è un caso che il Forum abbia coinvolto oltre 60 imprese italiane insieme a università, centri di ricerca e enti come CREA e Consiglio Nazionale delle Ricerche.
L’obiettivo non è vendere macchinari nell’immediato, ma costruire interdipendenze di lungo periodo. Il ministro Francesco Lollobrigida ha richiamato il concetto di “sovranità alimentare”, tema centrale nel dibattito europeo. Ma declinato in chiave internazionale, esso assume un significato più ampio: cooperare per rafforzare sistemi agricoli resilienti significa contribuire alla stabilità politica e sociale dei partner. I 19 accordi previsti, tra protocolli istituzionali e intese scientifiche, coprono ambiti che vanno dalla digitalizzazione agricola alla gestione del rischio, dalla meccanizzazione all’irrigazione intelligente, fino alla protezione delle Indicazioni Geografiche attraverso l’azione dell’ICQRF. Si tratta di un trasferimento di know-how che consolida la presenza italiana in un’area dove altri attori internazionali investono con strumenti finanziari e infrastrutturali.
La nascita di un’Alleanza eurasiatica tra università italiane e istituzioni centroasiatiche suggerisce un secondo livello di lettura: l’Italia agisce anche come avamposto europeo in una regione dove Bruxelles mira a rafforzare il dialogo energetico e commerciale. L’agroalimentare, in questo senso, diventa una porta d’ingresso meno conflittuale rispetto ai dossier energetici o di sicurezza. È cooperazione tecnica, ma con implicazioni strategiche. La vera posta in gioco non è l’export nel breve periodo, ma la costruzione di relazioni economiche fondate su standard, certificazioni, formazione e ricerca congiunta. In altri termini, la creazione di un ecosistema. In un mondo frammentato, dove le catene del valore sono sempre più regionalizzate, la gastrodiplomacy italiana può rappresentare uno strumento di politica estera a bassa intensità ma ad alto rendimento reputazionale. Il Business Forum di Tashkent segnala che Roma intende utilizzare il proprio capitale agroalimentare non solo come motore economico, ma come leva di influenza e cooperazione strutturata in uno spazio geopolitico in rapida evoluzione.





