La Meloni è accerchiata. E sola. L’impressione è che non lo sia mai stata come in questo momento. La sconfitta del referendum brucia ed è una bocciatura politica che la premier non si aspettava. Tra l’altro adesso sono saliti tutti in cattedra a fare lezioni di campagne elettorali, a spiegare come si comunica ai giovani, a raccontare che la riforma era concepita male e a spiegare le ragioni dell’etica politica. Sicuramente non è facile. Soprattutto non deve essere facile sopportare anche le velleitarie conclusioni dei partiti di opposizione che già si sentono in campagna elettorale (e già si sono divisi sulle primarie). Ma da qualunque parte ci si trovi, questa è l’ora del buon senso e della tranquillità. Partiamo dalla maggioranza. La Meloni si è affrettata a completare le pulizie di primavera, inducendo alle dimissioni tutte le figure “scomode” per il rush finale di legislatura: un momento estremamente delicato per il suo futuro politico e per quello del Paese, ma per affrontare il quale serve calma. Molta più calma e lucidità di quanta non se ne stia dimostrando in questi giorni. Il tempo c’è. Il consenso pure. In un momento di confusione e stordimento come questo la cosa peggiore che si possa fare è prendere decisioni definitive, perché il rischio di errori altrettanto definitivi è altissimo. Su una cosa il centrodestra può ancora contare, sulla sua unità, quello è il suo antidoto per sentirsi forte e mostrarsi forte agli occhi degli elettori. E unito, magari con la chiamata a raccolta delle sue menti migliori, ha il tempo e la prospettiva di organizzare bene i contenuti e la strategia di fine legislatura.
L’unità, invece, è il punto debole dell’opposizione, che sta già dando prova di scarso coordinamento, a partire dal progetto delle possibili primarie. Ma il vero nodo, oggi, non è tanto la fragilità dell’avversario quanto la gestione della propria forza. Perché se è vero che il consenso elettorale resta, è altrettanto evidente che il capitale politico si sta progressivamente erodendo sotto il peso di una sequenza di scosse interne che hanno reso la settimana più simile a una crisi controllata che a una fisiologica fase di assestamento. Le dimissioni a catena, i passi indietro, le tensioni dentro e fuori i partiti di maggioranza hanno trasformato quello che poteva essere un riassetto in un segnale di instabilità percepita, e in politica la percezione conta quanto la realtà. Il rischio, ora, è che questa dinamica si traduca in una narrazione di fine ciclo anticipata, che finisce per indebolire la capacità dell’esecutivo di dettare l’agenda proprio mentre dovrebbe consolidarla. E qui si innesta il tema economico. Perché la politica, quando entra in una fase di incertezza, non resta mai confinata a Palazzo Chigi ma si riflette immediatamente sulla fiducia di imprese e investitori. In una fase in cui l’Italia è chiamata a dimostrare affidabilità sull’attuazione del PNRR, a gestire un contesto internazionale ancora segnato da tensioni energetiche e a mantenere sotto controllo i conti pubblici, ogni segnale di instabilità diventa un moltiplicatore di rischio. Non serve una crisi formale per produrre effetti economici: basta il dubbio sulla tenuta politica per rallentare decisioni, rinviare investimenti, aumentare la prudenza degli operatori.
È qui che la leadership è chiamata a fare il salto di qualità. Non tanto nella reazione immediata, quanto nella capacità di ricostruire una traiettoria credibile, ordinata, leggibile. La partita, in fondo, non è chiusa. Ma è cambiata. E da questo momento in poi non si gioca più solo sul terreno del consenso, bensì su quello, molto più scivoloso, della fiducia.





