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Europa incompiuta, industria sotto pressione: la sfida della sovranità economica tra crisi e competizione globale. Parla Ronzulli

27
Marzo 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato su L’economista, inserto de Il Riformista)
Il mondo è attraversato da tensioni geopolitiche, le pressioni sui mercati energetici agitano la crescente competizione tra blocchi economici. Torna centrale il nodo della capacità europea di agire come attore politico ed economico coeso, ma serve una strategia che restituisca un peso specifico adeguato all’Unione sul piano internazionale e una prospettiva sulle politiche industriali: «L’Europa è divisa e debole perché, di fatto, non esiste politicamente» osserva la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli (FI), indicando la necessità di una fase costituente capace di rilanciare il progetto europeo su basi più solide e pragmatiche. E poi ci sono i rapporti atlantici, in rapido cambiamento e sviluppo, ma fondamentali per il disegno dei nuovi equilibri. E, in questo processo, cosa fa l’Italia? «Per posizione e storia può svolgere in ruolo chiave».

Negli ultimi mesi l’Unione europea appare spesso divisa sui principali dossier geopolitici ed economici, dalla guerra in Ucraina alle tensioni con l’Iran fino alle relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Ritiene che oggi l’Europa debba rafforzare la propria capacità di parlare con una sola voce sul piano internazionale?
«L’Europa è divisa e debole perché, di fatto, non esiste politicamente. Non si tratta di trovare una voce unica o modificare qualche regola dei Trattati. L’UE si è ridotta a mero mercato comune, invece di diventare un’unione politica tra popoli, come nel progetto dei padri fondatori. Serve riprendere un percorso autentico attraverso una fase costituente democratica che coinvolga i cittadini e porti a una confederazione di Stati, primo passo verso gli Stati Uniti d’Europa».

Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di blocco dello stretto di Hormuz riaccendono le preoccupazioni sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento globali. Quali potrebbero essere, secondo lei, le conseguenze per l’economia italiana e per il sistema produttivo europeo?
«Le principali preoccupazioni riguardano i prezzi dell’energia. Tuttavia oggi non siamo nella situazione dell’inizio della guerra in Ucraina grazie a una diversificazione delle forniture. Un eventuale blocco dello stretto di Hormuz creerebbe problemi logistici e aumenti dei prezzi, ma l’approvvigionamento dovrebbe restare garantito. Il rischio maggiore riguarda eventuali danni alle infrastrutture energetiche del Golfo, con conseguenti effetti negativi nel breve e medio periodo».

Negli ultimi anni l’economia globale ha attraversato una sequenza di shock: la pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche e commerciali. Quali sono, in questo contesto, le principali priorità che la politica economica italiana dovrebbe mettere al centro per sostenere crescita e competitività?
«Oggi l’economia italiana ha i conti sotto controllo, un rating stabile e l’occupazione in crescita. Le criticità attuali sono legate a scelte energetiche e industriali europee, come il Green Deal, che ha penalizzato filiere strategiche. Abbiamo bisogno di definire una politica industriale ed energetica di lungo periodo attraverso investimenti in infrastrutture, nucleare, rinnovabili, reshoring, ricerca, innovazione e sostegno alla produzione. Centrale anche il contrasto alla denatalità, senza il quale non c’è crescita né sostenibilità sociale».

Il rapporto economico con gli Stati Uniti è sempre più complesso. Tra politiche industriali aggressive, incentivi fiscali e nuove barriere commerciali, alcuni osservatori parlano di una vera competizione economica tra Washington e Bruxelles. Gli Stati Uniti vanno considerati un partner o un concorrente strategico?
«Gli USA sono alleati strategici e restano un partner fondamentale ma anche un concorrente. Stanno rilanciando la loro economia reale perché non possono sostenere squilibri commerciali come in passato. Anche in Europa ogni Paese difende i propri interessi. In assenza di una vera politica industriale europea, siamo al tempo stesso partner e competitor, sia tra europei sia con gli USA e la Cina. L’unico vero terreno di interesse comune europeo resta quello dei dazi».

Un esempio spesso citato è quello della politica americana di forte sostegno all’industria farmaceutica e alle filiere tecnologiche strategiche. Ritiene che anche l’Europa debba adottare strumenti più incisivi di politica industriale per difendere i propri settori chiave?
«Assolutamente sì. Servono politiche industriali attive e coordinate. È fondamentale difendere e rafforzare settori strategici come quello farmaceutico, essenziale per garantire autonomia sanitaria e sicurezza nazionale».

Guardando all’Italia, quali sono oggi i comparti in cui il nostro Paese può rafforzare la propria posizione nella competizione internazionale, tra industria, innovazione e transizione energetica?
«Industria, innovazione e politica energetica sono strettamente interconnesse. Senza energia competitiva, l’industria perde terreno; senza industria, non si sviluppano innovazione e transizione. Serve quindi una strategia integrata basata su energia, ricerca e capacità produttiva, per reggere la competizione internazionale, soprattutto con la Cina, oggi in forte vantaggio».

Il governo italiano ha più volte sottolineato la necessità di una maggiore autonomia strategica europea, soprattutto in ambito energetico e industriale. Secondo lei quali sono i passi concreti che Bruxelles dovrebbe compiere nei prossimi anni per raggiungere questo obiettivo?
«Occorre rivedere profondamente il Green Deal per salvare settori come l’automotive. Inoltre, la Commissione dovrebbe aprirsi a un equilibrio meno influenzato da posizioni ideologiche, per costruire politiche industriali pragmatiche e di lungo periodo».

Infine, in uno scenario internazionale sempre più instabile, qual è il ruolo che l’Italia può giocare all’interno dell’Unione europea per rafforzarne il peso economico e politico nel mondo?
«L’atlantismo resta centrale. L’Italia, per posizione e storia, può svolgere un ruolo chiave nel rafforzare il legame transatlantico perché un’Europa divisa e distante dagli USA si indebolisce fino a subire altre potenze. Un’integrazione tra capacità industriali europee e forza tecnologica e finanziaria americana rappresenterebbe un’opportunità strategica. L’Italia deve essere protagonista di questo equilibrio».