Economia

Confindustria: guerra in Iran e dazi minacciano la crescita. PIL italiano a rischio recessione

25
Marzo 2026
Di Giuliana Mastri

Lo scenario economico internazionale era già complicato prima del 28 febbraio, quando è scoppiato il conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall’altro. I dazi americani introdotti nel 2025 stavano già riorientando i flussi commerciali globali. La guerra nel Golfo si è innestata su un quadro fragile, aggiungendo incertezza e spingendo al rialzo i prezzi dell’energia. È in questo contesto che il Centro Studi di Confindustria ha presentato oggi il Rapporto di Previsione di Primavera 2026, intitolato «Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita».

Nello scenario base — che ipotizza un conflitto limitato al mese di marzo — il PIL italiano crescerà di appena lo 0,5% nel 2026, due decimi in meno rispetto alle previsioni di ottobre, per poi recuperare moderatamente nel 2027 con un +0,6%. Ma le cose potrebbero andare peggio, e il CSC lo dice esplicitamente: se la guerra si prolunga fino a giugno, l’Italia scivola in stagnazione; se dura fino a fine anno, il PIL arretra dello 0,7% e la recessione si protrae nel 2027.

Il canale principale di trasmissione dello shock è energetico. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente chiuso, il prezzo del Brent è salito da 71 a 89 dollari al barile nella prima settimana di guerra, e il gas ha registrato aumenti ancora più marcati. Nello scenario base, il Brent si attesterà in media a 78 dollari nel 2026 e il gas europeo a 41 euro per megawattora. L’inflazione italiana, che nel 2025 era all’1,5%, potrebbe raggiungere un picco vicino al 3% nel corso dell’anno, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e aumentando i costi di produzione delle imprese. In uno scenario di guerra prolungata, le manifatture italiane pagherebbero 7 miliardi in più di bolletta energetica rispetto al 2025; in quello peggiore, 21 miliardi.

Sul fronte dei consumi, le famiglie italiane rallenteranno la spesa (+0,7% in termini reali) nonostante il reddito disponibile sia cresciuto in modo significativo nel 2025. La spiegazione è nell’incertezza, salita a livelli superiori a quelli della pandemia, che spinge a risparmiare piuttosto che a spendere. Le esportazioni freneranno allo 0,6%, penalizzate dal calo della domanda mondiale e dall’aumento dei costi di trasporto. Gli investimenti cresceranno del 2,3%, in rallentamento rispetto al +3,5% del 2025.

Il rapporto dedica ampio spazio al doppio fronte dazi-Cina, che complica ulteriormente le prospettive per l’export italiano. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana che ha dichiarato illegittimi i dazi reciproci introdotti nel 2025, Washington ha reintrodotto tariffe del 10% su tutti i partner commerciali. L’Italia risulta il paese europeo più svantaggiato: con dazi al 10%, il 14% dei prodotti italiani esportati negli Stati Uniti subisce tariffe superiori a quelle dell’accordo bilaterale USA-UE; con dazi al 15%, la quota sale al 31%, contro meno del 20% per Francia e Germania. Le perdite potenziali per l’export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro. Sul versante cinese, l’import dalla Cina è cresciuto del 16,4% in valore nel 2025, trainato soprattutto da farmaceutici e autoveicoli, mentre la penetrazione di prodotti cinesi a medio-alta tecnologia si intensifica, mettendo sotto pressione comparti manifatturieri italiani già in difficoltà.

Non tutto è negativo. Il CSC segnala due leve che potrebbero sostenere la crescita nei prossimi anni. La prima è la spesa per la difesa: l’accordo NATO prevede un aumento dall’attuale 1,5% del PIL al 3,5% entro il 2035, e le simulazioni del Centro Studi mostrano che, se concentrata su investimenti e produzione nazionale, potrebbe generare un impatto cumulato di oltre tre punti di PIL. La seconda è la situazione dei conti pubblici, migliorata grazie alla stabilità politica degli ultimi anni: il deficit scenderà al 2,8% nel 2026, consentendo l’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, e lo spread si è ridotto, abbassando il costo del credito per le imprese.

Resta aperto il nodo strutturale dei giovani: il rapporto ricorda che in Italia solo un giovane su cinque tra i 15 e i 24 anni è occupato, contro oltre uno su tre nella media dell’Eurozona, e che negli ultimi cinque anni oltre 190mila giovani hanno lasciato il Paese, la metà dei quali laureati. Senza politiche integrate che affrontino il mismatch di competenze e anticipino l’ingresso nel mercato del lavoro, il declino demografico rischia di tradursi in una perdita di cinque milioni di persone in età lavorativa già entro il 2040.

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