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Iran: Trump manda i negoziatori e i parà, Teheran non si fida
Di Giampiero Gramaglia
Il presidente Usa Donald Trump dichiara la guerra “vinta”: manda all’Iran un piano di pace in 15 punti e un team di negoziatori, sotto la super-visione del suo vice JD Vance, in vista dei colloqui che dovrebbero tenersi in Pakistan tra domani e venerdì. Contemporaneamente, Trump fa partire paracadutisti della 82° Divisione aviotrasportata – le cifre variano tra mille e tremila -, destinati a integrare i duemila marines con unità anfibie e forze speciali appena dislocati nell’area del conflitto.
E paracadutisti e marines possono solo servire per un’operazione di terra, magari limitata all’isola di Kharg, principale hub energetico iraniano, in fondo al Golfo Persico, o a quella di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.
Le voci di una mobilitazione di parte della 82° divisione erano state alimentate, nei giorni scorsi, dopo un cambio di programma nelle sue esercitazioni. Si tratta, nello specifico, del Combat Team della 1° brigata, che ha il suo quartier generale a Fort Bragg nella North Carolina e che fa parte della Immediate Response Force della divisione, un’unità addestrata ad essere schierata in 18 ore per missioni che vanno dall’occupazione di postazioni, come porti e aeroporti, ad operazione d’evacuazione d’emergenza.
Logico che, di fronte ad atteggiamenti così contraddittori l’uno con l’altro, gli iraniani si chiedano – come scrive Axios in apertura – se la spinta di Trump per colloqui di pace non sia un trucco per guadagnare tempo prima di un’ulteriore escalation dell’aggressione israelo-americana. Il regime di Teheran ironizza: “Il piano di pace maschera una sconfitta”; e contropropone le sue condizioni, altrettanto irricevibili per la controparte delle americane.
Intano, la guerra vera, quella delle bombe e dei missili, continua a mietere vittime innocenti ogni giorno: ondate di attacchi sull’Iran e sporadiche, ma talora efficaci, reazioni iraniane contro Israele e i Paesi del Golfo. Il Wall Street Journal scrive che “la stretta sulle forniture di petrolio si va diffondendo dal Golfo al resto del Mondo”: “Se i negoziati di pace non andranno avanti in fretta, gli operatori prevedono che i prezzi record per determinate qualità di greggio mediorientale si scaricheranno presto sui consumatori negli Usa e altrove”. I timori sono alimentari dalla decisione della QatarEnergy di applicare la clausola di forza maggiore sulle forniture di gas da Ras Laffan.
Mentre il conflitto si avvicina alla quarta settimana, che era la lunghezza originariamente prospettata dal magnate presidente (quattro/cinque settimane), il New York Times rivela che un’ulteriore escalation militare sarebbe sollecitata, oltre che dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che vedrebbe nell’indebolimento dell’Iran “un’opportunità storica” per ridisegnare i rapporti di forza nella Regione e che avrebbe avuto negli ultimi giorni diversi contatti su questo con Trump.
A fronte delle affermazioni di Washington, secondo cui gli iraniani vogliono un accordo “so badly”, quasi ad ogni costo, Teheran nega progressi nelle trattative e dice che gli americani “stanno negoziando con se stessi”. Però, una delegazione iraniana, a quanto pare condotta dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, indicato dalla Casa Bianca come possibile interlocutore, starebbe per recarsi in Pakistan con un volo la cui sicurezza sarebbe stata garantita. Le trattative, che finora sono state indirette, cioè senza contatti diretti fra le due parti, sarebbero mediate, oltre che dal Pakistan, da Egitto e Turchia.
Intanto, l’Iran ha nominato il successore di uno dei suoi leader, Ali Larijani, ucciso negli attacchi israelo-americani: Mohammad Bagher Zolghadr, già comandante delle Guardie della Rivoluzione, è il nuovo segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale.
New York Times e Washington Post aprono entrambi con titoli analoghi giustapposti: l’invio dei paracadutisti sopra e i preparativi per le trattative sotto. La Cnn, invece, punta tutto sulla mossa militare: il dispiegamento di soldati “disponibili per operazioni in Iran”. Per il NYT, Teheran avrebbe comunicato all’organizzazione marittima internazionale, l’Imo, che le navi mercantili di Paesi “non ostili”, cioè senza collegamenti con Stati Uniti e Israele, possono accedere senza problemi al Golfo Persico via lo Stretto di Hormuz e viceversa. Non è però chiaro – sottolinea il giornale – se qualche petroliera vorrà “prendersi il rischio”.
Usa: elezioni (in casa) e Fed, doppio schiaffo per il presidente Trump
In tutti questi fragori bellici, ci sono due sviluppi interni che danno la misura del momento difficile del presidente Trump: uno politico e uno giudiziario. Martedì, i democratici hanno vinto un’elezione suppletiva locale in Florida, strappando un seggio ai repubblicani nel Senato statale. E che ci importa?, direte voi: i democratici stanno vincendo un sacco di suppletive, da mesi in qua.
Vero. Però questa elezione era a Palm Beach, il distretto elettorale di Mar-a-lago, dove Trump risiede e vota; e, in effetti, il magnate presidente ha votato e ha perso. Inoltre, ha votato per posta, lui che sta cercando di limitare il voto per posta in vista delle elezioni di midterm del 5 novembre.
E ieri il Dipartimento della Giustizia ha ammesso, in un’audizione congressuale, di non avere prove per incriminare il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, ripetutamente e pubblicamente accusato da Trump di illeciti in lavori di ristrutturazione della sede della banca centrale Usa.





