Politica

Referendum: i dubbi, il dibattito, il popolo diviso

20
Marzo 2026
Di Giampiero Cinelli

Domenica 22 e lunedì 23 marzo gli italiani sono chiamati al voto per il referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia. La consultazione è utile alla modifica di 7 articoli riguardanti la struttura dell’ordinamento giudiziario, non si tratta infatti di interventi rivolti alle norme dei procedimenti e alle tempistiche.

Per questo motivo molti l’hanno commentato come un voto lontano dalle necessità dei cittadini, tanto da far pensare a problemi di affluenza. Un referendum costituzionale però non prevede il quorum e, progressivamente, si è percepito l’incremento d’attenzione popolare nei confronti della questione, una questione che, in base ai suoi sviluppi, se pure non determinerà effetti immediati e tangibili per la massa, di certo coinvolge ugualmente tutti.

Perché chiunque, qualora si trovasse coinvolto nell’iter della legge, auspica che il funzionamento della macchina giudiziaria favorisca i migliori frutti in termini di lavoro svolto.

Il contesto politico
Tra i fattori dirimenti ai fini dell’affluenza, c’è ovviamente il tema personalizzazione del referendum e la sua stessa politicizzazione. Sostanzialmente il testo di riforma non è stato condiviso da tutte le forze parlamentari, è apparso fin da subito come una faccenda del governo e legata alla credibilità della premier Giorgia Meloni.

Questo basterebbe, secondo una certa interpretazione, a mobilitare quella base popolare avversa all’esecutivo che vuole solo mandare un segnale politico e magari non è neanche troppo convinta della proposta costituzionale.

Nel Paese esiste però anche un nutrito nucleo di opinione pubblica e classe dirigente da sempre favorevole a una riforma che avesse tale indirizzo. Questi, assieme alle categorie appartenenti al mondo giuridico e alle fasce che si riconoscono nei partiti per il Sì (tra cui una parte del Pd), potrebbero anzi concretizzare la spallata che porrebbe Meloni sul carro dei vincitori.

Il fattore affluenza
Il fattore chiave sarebbe quindi di nuovo l’affluenza. Che anche i più esperti però stavolta sono stati cauti nell’interpretare. Una bassa affluenza esprimerebbe i contrari al governo o il contrario? Un’alta affluenza si comporrebbe dell’elettorato più consapevole?

Cosa cambia nella giustizia
Del resto non possiamo nascondere che il quesito referendario ha un contenuto parecchio tecnico, che intimorisce non pochi. Gli elementi della giustizia in ballo sono essenzialmente tre: le carriere di giudici e pubblici ministeri, il Csm (Consiglio superiore della magistratura) e l’Alta Corte disciplinare, un organo che nascerebbe ex novo con lo scopo di assolvere al ruolo sanzionatorio nei confronti dei magistrati, che oggi è in senso al Csm stesso. Dal canto suo, il Csm verrebbe sdoppiato in due sezioni, una dedicata ai giudici, l’altra ai Pm.

Gli aspetti da chiarire
Punti complessi su cui le visioni contrastano. Secondo i detrattori della riforma questi interventi metterebbero a rischio l’indipendenza della magistratura. Due Csm indeboliscono l’organo? Difficile darlo per certo, anche perché i numeri complessivi dei membri aumentano ma la composizione resta come adesso di 2/3 appartenenti ai togati e 1/3 ai laici. I laici eletti a sorteggio in una lista, ma pur sempre una lista concordata dal Parlamento. Sappiamo che verrebbero sorteggiati i magistrati pure. Peraltro, entrambi i Csm saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, ovvero la prassi.

I timori per gli equilibri
Paure anche per il peso dell’Alta Corte. Possibile leviatano impegnato nel punire. Eppure anche l’Alta Corte viene generata con pesi e contrappesi: sarà composta da 15 membri. Di questi, tre saranno nominati dal presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; altri tre saranno estratti a sorte da un elenco stilato dal Parlamento sempre tra professori e avvocati con lo stesso requisito di esperienza; sei saranno invece estratti a sorte tra i magistrati giudicanti, ossia i giudici, in possesso di specifici requisiti; mentre altri tre saranno estratti a sorte tra i magistrati requirenti, ossia i pubblici ministeri. Insomma, su 15 membri della nuova Alta Corte disciplinare, i magistrati saranno complessivamente nove (i tre quinti dei componenti totali), mentre gli avvocati e i professori universitari indicati in qualche modo dalla politica.

La questione delle carriere
La separazione delle carriere ha forse il maggior tasso di dibattito intellettuale. Tra gli argomenti a favore la possibilità di spezzare l’abbraccio tra giudice e pubblico ministero, troppo spesso alleati. Ma in vero nulla rende evidente che separare le carriere porti a imparzialità, sebbene il tentativo sia comprensibile e abbia delle ragioni. Tra le buone intenzioni quella di concretizzare l’architettura del giusto processo, a cui l’ordinamento italiano tende ma serve maggior forza. Chi critica la separazione crede però importante che i giudicanti e i requirenti condividano retroterra e, soprattutto, pensa che un Pm a sé stante sia troppo indotto a perseguire condanne nei contesti in cui lavora. Un concetto passato in sordina, però, è che la riforma non separa tanto le carriere quanto le funzioni. E per separare le funzioni certo all’origine i due percorsi devono essere diversi. I sostenitori del Sì ritengono che questa impostazione, sebbene opinabile, sia maggiormente coerente e onesta, e trova il sostegno storico di molti addetti ai lavori.

Un’occasione di maturità politica
La scelta da fare alle urne è dunque impegnativa e densa ma, qualunque sia, sarebbe bene staccarla dagli approcci più propagandistici. Giudizi netti e grossolani sono stati proferiti sia da una parte che dall’altra, l’affluenza forse non è immune dagli atteggiamenti dei politici. Sì o No il governo resterà in carica a detta di Meloni e sarà interessante vedere come la leader analizzerà gli sviluppi. Potrebbe venirne fuori, nel caso a lei funesto, non solo un’assunzione di responsabilità ma anche il messaggio positivo che sui referendum è il popolo che si confronta, non l’operato di un esecutivo, prospettiva ad ora poco rimarcata. Mentre, in caso di vittoria, sarà ugualmente interessante notare come il primo ministro darà senso e angolazione a quanto emerso.