Economia
Voli deviati e turismo globale sotto pressione: il conflitto pesa sugli hub del Golfo e ridisegna i flussi dei viaggi internazionali
Di Jacopo Bernardini
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Rotte cancellate, voli deviati e aeroporti improvvisamente isolati. Nel giro di pochi giorni milioni di viaggiatori hanno subito le conseguenze dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Il Medio Oriente è da tempo una destinazione turistica sempre più frequentata, ma è soprattutto uno dei principali snodi del traffico aereo globale. Gli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi collegano Europa, Asia e Africa e concentrano circa il 14% del traffico di transito internazionale. Molti passeggeri che attraversano la regione non sono diretti lì: stanno solo cambiando aereo. Quando questi snodi rallentano, gli spostamenti subiscono conseguenze globali.
Secondo il World Travel & Tourism Council, il conflitto starebbe già costando al turismo regionale oltre 500 milioni di euro al giorno, interrompendo una fase di forte espansione sostenuta dagli importanti investimenti dei Paesi del Golfo e dalla crescente popolarità di molte destinazioni dell’area. Negli ultimi anni le economie della regione hanno puntato con decisione sul turismo come leva di diversificazione economica, affiancando alla rendita energetica investimenti massicci in aeroporti, infrastrutture e grandi eventi internazionali. Se la crisi dovesse protrarsi, l’impatto potrebbe essere più profondo. Secondo Tourism Economics, gli arrivi internazionali nella regione potrebbero diminuire fino a un quarto rispetto alle previsioni precedenti alla guerra, con decine di milioni di visitatori in meno.
Gli effetti si avvertono anche lontano dal fronte. In Italia, secondo il Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti, nelle prossime settimane il turismo organizzato potrebbe perdere circa 3.500 prenotazioni, per oltre 6 milioni di euro di mancati ricavi.
Ma il primo cambiamento riguarda la psicologia dei viaggiatori. Con l’incertezza che aumenta, le destinazioni percepite come più vicine o più sicure tendono ad assorbire una parte della domanda. Alcuni operatori registrano già cancellazioni verso mete vicine al conflitto, mentre altri prevedono uno spostamento verso destinazioni europee consolidate.
Il Mediterraneo – in particolare Spagna, Italia e Grecia – potrebbe intercettare una parte di questi flussi. Non sarebbe la prima volta: dopo la Primavera araba del 2011, l’instabilità in Nord Africa dirottò milioni di turisti europei verso il Mediterraneo settentrionale, contribuendo alla crescita delle destinazioni turistiche dell’Europa meridionale.
Nel frattempo, anche lontano dal fronte, l’incertezza pesa sul clima del settore. In Italia gli operatori balneari temono una stagione più prudente: meno viaggi lontani, più vacanze vicino a casa. Le prenotazioni per ora tengono, ma l’aumento dei costi energetici e dei carburanti potrebbe ridurre il potere di acquisto dei turisti e frenare i consumi durante le vacanze, con effetti a cascata su ristorazione, shopping, trasporti e cultura. Il turismo raramente si ferma: si sposta. Ma quando a essere colpito è uno dei nodi centrali della mobilità globale, non cambiano solo le destinazioni. Cambia la geografia stessa dei viaggi.





