Politica

Altro che legge elettorale, il tema è la riforma istituzionale

01
Febbraio 2022
Di Daniele Capezzone

Tutto scontato. Dopo l’ennesimo naufragio, un sistema dei partiti sempre più fragile e scollato dalla realtà cerca il solito refugium peccatorum di fine legislatura: cambiare la legge elettorale nella convinzione (rectius: nell’illusione) di determinare il corso delle cose nella prossima legislatura.

Il copione è già scritto: incremento della quota proporzionale, per rendere di fatto improbabile la vittoria netta di chicchessia, e quindi imporre anche in futuro un governo ibrido.

Peccato che manovre come questa producano in genere due risultati. Per un verso, l’impennata dei consensi per la forza percepita dagli elettori, in un dato momento, come anti-sistema (l’altro ieri i grillini, ieri la Lega, oggi Fdi): e cioè esattamente il contrario di ciò che i vecchi partiti desidererebbero, dal loro punto di vista. Ma i soliti “strateghi” non hanno ancora capito che se si costruiscono maggioranze confuse e inefficienti gli elettori tendono sempre a usare l’”attrezzo” a loro disposizione per esprimere il loro sacrosanto dissenso. E oggi quello strumento è – per molti – la forza formalmente all’opposizione.

Per altro verso, un ulteriore effetto è quello della paralisi decisionale, della palude, del tatticismo: quanto più semini divisione partitica, tanto più raccoglierai poteri di veto, di ricatto politico, di interdizione.

Sarebbe dunque l’ora per elevare il livello della riflessione. Anziché fare bricolage sulla legge elettorale, sarebbe il caso di discutere dell’assetto istituzionale, della forma di stato e della forma di governo, per dare alla Repubblica un’architettura più adeguata e decidente. Chi scrive ama da sempre i modelli di Washington (presidenzialismo, federalismo, e significativi contrappesi parlamentari) e Londra (premierato strettamente legato a un assetto bi o tri partitico), ma ovviamente anche il semipresidenzialismo francese ha mostrato una sicura efficienza.

Si discuta di questo, prima di finire a Tripoli, in un conflitto disordinato tra le tribù proporzionaliste.