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Iran: guerra, Trump ha fretta di finirla, l’Iran lo logora

16
Marzo 2026
Di Giampiero Gramaglia

Il presidente Usa Donald Trump ha fretta di dichiarare vittoria e di cessare l’aggressione all’Iran, che logora la sua immagine e la sua popolarità. Ma l’Iran, pur malridotto ed esposto quasi senza difese alle bombe e ai missili, ha delle carte da giocare sui fronti dell’economia e dell’energia e gli rende difficile uscirsene dal conflitto dichiarando raggiunti gli obiettivi, che non è chiaro quali fossero e che, comunque, non sono stati centrati.

All’alba del giorno di guerra 17, questa è l’analisi quasi concorde dei maggiori media statunitensi. Anche se le forze armate americane e israeliane hanno duramente colpito e continuano a colpire installazioni militari e infrastrutture civili iraniane, le riserve di uranio di Teheran e la sua capacità di disturbare e di stravolgere i flussi di petrolio mondiale, bloccando o almeno rendendo pericolosa la navigazione nello Stretto di Hormuz, frustrano il desiderio del magnate presidente di farla finita.

Con la sua guerra economico-energetica, l’Iran spera di avere, alla fine, in qualche modo, ragione dei suoi aggressori: dopo avere colpito centri dati, hotel, aeroporti e porti, oltre che basi militari degli Stati Uniti e dei loro alleati, Teheran minaccia ora di colpire le banche, rendendo così insicuri gli hub finanziari dei suoi vicini più ricchi.

La strategia iraniana fa emergere la vulnerabilità dei gangli critici dell’economia globale. Dopo oltre due settimane di guerra aperta, Trump è in difficoltà: la reazione iraniana lo ha sorpreso e lo costringe sulla difensiva dal punto di vista politico ed economico. Il Washington Post lo descrive così: “E’ sempre più agitato e irritato dalla copertura giornalistica che non esalta i suoi successi e non è riuscito a spiegare agli americani perché ha iniziato questa guerra e come ne uscirà… Intanto, il bilancio dei caduti sale, i prezzi della benzina alle pompe vanno su e i mercati finanziari vanno giù. Anche alcuni dei suoi sostenitori contestano i suoi piani e i tassi d’approvazione sono in calo”.

La sua ‘chiamata alle armi’ dei Paesi europei e degli altri Paesi interessati al transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz, il Giappone, la Corea del Sud, pure la Cina, i cui interessi l’Iran non lede, ha ricevuto un’accoglienza tiepida: qualcuno gli dice apertamente di no, come la Germania; gli altri nicchiano. Nonostante le minacce agli alleati d’un tempo – “Succederanno cose brutte, se non mi aiutate” -, il magnate presidente non riceve sostegno a una guerra sua e del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

I rapporti con gli europei sono anche peggiorati dalla decisione di Trump di sospendere le sanzioni alla Russi, così da consentirle di vendere più petrolio a caro prezzo e d’avere più risorse da investire nell’invasione dell’Ucraina. Per tutta risposta, i Paesi dell’Ue hanno rinnovato per altri sei mesi ed esteso le sanzioni alla Russia progressivamente adottate dopo l’attacco di Mosca a Kiev.

Trump annuncia che i Paesi danneggiati dal blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz invieranno navi da guerra per scortare le petroliere; e si sente rispondere picche. Trump annuncia che l’Iran vuole negoziare un accordo che lui non intende accettare. E Teheran smentisce: “Non siamo interessati a un’intesa ora”. La Turchia si propone per una mediazione che nessuno apertamente le chiede; ma Ankara afferma che contatti sono in corso.

L’Iran continua a colpire interessi statunitensi nella Regione: basi militari – in un’azione contro una base in Kuwait è stato distrutto un drone del contingente italiano lì stazionato – e rappresentanze diplomatiche, Dopo un secondo attacco contro l’ambasciata Usa a Baghdad, Washington ha ordinato ai suoi cittadini di lasciare l’Iraq.

La Formula 1 ha ufficialmente annullato i Gran Premi in Bahrein e in Arabia Saudita in programma ad aprile.

Tutte queste notizie riempiono le cronache statunitensi più dei continui attacchi israelo-americani sugli obiettivi iraniani, che fanno ogni giorno danni e vittime. E il governo Netanyahu progetta d’ampliare le operazioni di terra nel Sud del Libano, dove Le Monde riferisce che le popolazioni sono “stanche di un conflitto che da due anni le espone a ordini d’evacuazione e a vivere nei rifugi fra il fragore delle esplosioni”.

Nel fine settimane, il Pentagono ha rivelato l’identità dei sei militari – due donne e quattro uomini – morti nel disastro aereo che ha coinvolto due aerei cisterna KC-135 Stratotanker in volo sull’Iraq. S’indaga ancora sulle cause dell’incidente. Il totale dei caduti statunitensi in questo conflitto è di 13, finora.

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