Lavoro
Il futuro fa paura ai CEO italiani
Di Cesare Giraldi
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Chi guiderà le grandi aziende italiane nei prossimi anni? È una domanda che tiene svegli molti consiglieri di amministrazione. E non a caso: secondo il “CEO & Board Confidence Monitor” di Heidrick & Struggles — ricerca che ha coinvolto quasi 2.000 aziende quotate nel mondo, di cui 47 italiane — solo il 36% dei CEO del nostro Paese guarda con fiducia ai processi di successione ai vertici. Un dato che ci colloca fanalino di coda rispetto all’Asia-Pacifico (45%), al Sud America (41%) e persino alla media europea, ferma al 39%. A livello globale la media è del 41%: l’Italia è quindi distante non solo dalle economie emergenti più dinamiche, ma anche dai partner continentali con cui condivide storia, cultura e molte delle stesse fragilità strutturali.
Il nodo della successione non è mai stato semplice da affrontare nel capitalismo italiano, tradizionalmente segnato da aziende familiari, da una governance spesso concentrata e da una cultura manageriale che fatica a istituzionalizzare il passaggio del testimone. Ma oggi la posta in gioco è più alta. Le trasformazioni in atto — tecnologiche, geopolitiche, normative — richiedono ai vertici aziendali competenze nuove e capacità di adattamento rapido. Trovare il profilo giusto, al momento giusto, è diventato un fattore competitivo decisivo. E l’incertezza su chi siederà alla guida dell’azienda tra cinque anni si somma a tutte le altre incertezze che già gravano sui board.
A rendere il quadro ancora più cupo ci pensa il contesto macroeconomico. Il 57% dei CEO e dei membri dei board delle aziende italiane quotate indica l’instabilità economica come il rischio principale per il 2026. L’incertezza sulle politiche fiscali e normative, in un momento in cui la geopolitica rimescola continuamente le carte, rende la pianificazione strategica un esercizio sempre più difficile. Costruire scenari attendibili a tre o cinque anni è complicato quando le variabili in gioco — dai dazi alle normative europee, dalla tenuta dei mercati finanziari alle tensioni internazionali — cambiano prima ancora che l’inchiostro dei piani industriali si asciughi.
In questo scenario di fragilità diffusa, l’Italia arranca anche sul fronte tecnologico. Solo il 36% dei CEO italiani considera l’intelligenza artificiale un’opportunità strategica concreta — una percentuale che racconta la lentezza con cui le aziende del nostro Paese si stanno attrezzando rispetto ad altri mercati. In Asia-Pacifico, dove la corsa all’innovazione è già a pieno regime e l’AI è entrata stabilmente nei processi decisionali e produttivi, il distacco si fa sempre più evidente. Il rischio è che l’esitazione di oggi si traduca in svantaggio competitivo strutturale domani.
«Siamo entrati nell’era della Geo-economia», commenta Sara Gay, partner di Heidrick & Struggles. «L’incertezza economica e la volatilità geopolitica mettono a dura prova le aziende italiane. È fondamentale che le organizzazioni investano nella resilienza a lungo termine, rafforzando le competenze dei Board su questi temi, concentrandosi sulla successione ai vertici e sull’adozione di tecnologie come l’AI, per rimanere competitive nel futuro.»





