Cultura
Biennale di Venezia, il coraggio della scelta di Buttafuoco
Di Alessandro Caruso
La potenza dell’arte ha l’effetto di un tornado. Come quello che si sta scaraventando sulla Biennale di Venezia, la quale però sta riuscendo incredibilmente a resistere. Ma riavvolgiamo brevemente il nastro. Il caso è la riapertura del Padiglione della Russia, chiuso dopo lo scoppio della guerra in Ucraina; una decisione del direttore della Biennale Pietrangelo Buttafuoco annunciata due giorni fa al ministero della Cultura, durante la presentazione del Padiglione Italia. Quello è stato il momento in cui si è scomposta la frattura con il ministro Alessandro Giuli. Il caso si è allargato al mondo, con la lettera di 22 governi europei che chiedono alla Biennale un passo indietro e addirittura la Commissione europea che minaccia di sospendere o cessare i finanziamenti alla rassegna.
Che la Biennale sia terreno di confronto e scontro anche politico non è una novità, lo è sempre stata per definizione, come quando nel 1974 fu quasi interamente dedicata alla critica del colpo di stato in Cile, o quando fu travolta dalla contestazione nel 1968 e molti padiglioni furono occupati e tanti artisti rifiutarono di partecipare in segno di protesta. O quando, nell’ultima edizione del 2024, l’artista israeliana Ruth Patir e il team curatoriale decisero di non aprire il padiglione nazionale fino al raggiungimento di un cessate il fuoco nella guerra a Gaza. La Biennale è questo. È viva, è provocatoria, è avanguardistica, è potente. Ed è anche raccapricciante, conflittuale e violenta. Ma questa è la sua funzione. Ma soprattutto è, e deve essere, libera. Altrimenti perde tutte quante le sue qualità e virtù più importanti. Quando si passava davanti al Padiglione russo, che svetta nel vialone principale dei Giardini, la vista del cancello chiuso con le catene trasmetteva una sensazione di profondo malessere. E, paradossalmente, non per quanto stava succedendo in Ucraina, ma per la libertà violata di espressione dell’arte. Quell’arte che con i suoi mezzi dialettici molto spesso ha più capacità dei politici di leggere, interpretare e spiegare la realtà delle cose. La negazione dell’altro è sintomo di paura. Meglio la critica, invece. E questo deve essere stato il ragionamento del presidente Buttafuoco, che ha avuto coraggio nello sfidare il protocollo da cancelleria, ma lo ha fatto semplicemente difendendo l’integrità dell’istituzione che rappresenta.
Meglio lasciare che sia la storia della Biennale stessa a giudicare la sua sessantunesima edizione, padiglione per padiglione, compresa la mostra centrale. Così come è sempre stato, ma senza che siano i governi a indirizzarne la valutazione. Perché è vero che sono i governi (e per loro i singoli ministeri della Cultura) sostanzialmente ad approvare i progetti che vanno in Biennale, ma sono numerosi i casi in cui gli artisti hanno “vinto” l’aggiudicazione con progetti decisamente poco allineati con l’indirizzo governativo. Un caso su tutti il padiglione Stati Uniti 2019, con Arthur Jafa che ha affrontato la questione razziale in evidente contestazione con l’amministrazione Trump. Come è vero che tanti governi dall’etica pubblica a dir poco discutibile hanno la possibilità di portare la propria arte nel padiglione a loro dedicato ma senza per questo destare alcuno scandalo. Semplicemente non lasciano traccia, ma senza essere censurati.





