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8 marzo, Mattarella: «Il voto alle donne fu una rivoluzione, ora abbattere i divari ancora aperti»
Di Giampiero Cinelli
In occasione della Giornata internazionale della donna, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito il voto alle donne «un’autentica rivoluzione», ricordando come quel passaggio abbia segnato l’avvio di una nuova stagione di diritti, responsabilità e opportunità su un piano di piena parità tra donne e uomini. Un anniversario che quest’anno assume un significato ancora più forte, perché coincide con gli 80 anni della nascita della Repubblica.
Nel corso della cerimonia al Quirinale, il capo dello Stato ha richiamato il ruolo decisivo svolto dalle donne nella storia italiana, a partire dagli anni dei due conflitti mondiali, quando sostennero la società e l’economia del Paese, fino al contributo offerto alla Liberazione come staffette partigiane, attiviste e combattenti. Un protagonismo che, ha sottolineato Mattarella, trovò poco dopo un fondamento solido nella Costituzione, in particolare nell’articolo 3, dove uguaglianza, dignità e libertà non vengono riconosciute come concessioni, ma come diritti fondamentali della persona.
Il presidente ha però ricordato che l’affermazione di questi principi non coincise ancora con il raggiungimento dell’effettiva parità. La Costituzione, però, pose le basi del dovere della Repubblica di realizzarla compiutamente, aprendo la strada a progressive conquiste legislative ottenute anche grazie all’impegno delle donne nelle istituzioni e nella società. Mattarella ha richiamato, tra gli esempi, la normativa sulle pari opportunità e la legge del 1996 sulla violenza sessuale, sottolineando come questi passaggi abbiano contribuito a trasformare profondamente lo Stato e la vita pubblica.
Nel suo intervento, il capo dello Stato ha osservato che la presenza femminile è cresciuta in molti ambiti, dalla magistratura alla diplomazia, dall’università alle amministrazioni locali, fino ad arrivare, solo dopo decenni, a una donna alla guida del governo. Un’evoluzione che, ha fatto notare, rende ancora più evidente quante risorse e quanti talenti il Paese abbia a lungo disperso, relegando spesso le donne in ruoli subordinati o di supporto.
Mattarella ha quindi insistito sul fatto che la sfida non riguarda soltanto le figure di eccellenza, ma milioni di donne che ogni giorno lavorano, fanno impresa, esercitano professioni e tengono insieme famiglia e occupazione. Il percorso verso una reale uguaglianza, ha spiegato, potrà dirsi concluso solo quando alle donne non sarà più richiesto di adeguarsi a modelli di comportamento maschili per vedere riconosciuto il proprio valore.
Un passaggio centrale del discorso è stato dedicato anche alla violenza di genere, definita dal presidente un fenomeno «paradossale». Secondo Mattarella, alle norme deve accompagnarsi un lavoro culturale profondo, capace di liberare la società da una mentalità distorta, alimentata da pregiudizi radicati e da un’ignoranza colpevole. Da qui il richiamo all’educazione al rispetto, da promuovere in famiglia, a scuola e nei luoghi di lavoro.
Guardando al futuro, il presidente della Repubblica ha ribadito che investire nelle donne significa rendere la società più equa, più forte, più innovativa e più dinamica. Per questo, ha osservato, occorre intervenire sugli ostacoli che ancora ne frenano le potenzialità, a partire dal divario salariale, dalla scarsa presenza nei ruoli apicali, dalla difficoltà di conciliare vita e lavoro e dalla persistenza della violenza di genere.
Il messaggio finale è stato netto: non si tratta di ragionare in termini astratti o di quote, ma di valorizzare pienamente energie, competenze e talenti troppo a lungo compressi. «La Repubblica ha dato molto alle donne. Le donne hanno dato molto alla Repubblica», ha ricordato Mattarella, aggiungendo che «l’equilibrio non è ancora in pari».





