Esteri

Iran: Usa e Israele l’attaccano, Teheran reagisce, è di nuovo guerra

28
Febbraio 2026
Di Giampiero Gramaglia

L’incapacità del presidente Usa Donald Trump, in perfetta sintonia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, di affrontare un problema senza ricorrere alla forza precipita il Mondo sull’orlo di un conflitto la cui durata e le cui dimensioni sono imprevedibili e le cui conseguenze, anche in termini di reazioni terroristiche, rischiano di essere avvertite pure nei nostri Paesi.

All’alba, Israele e gli Usa lanciano attacchi con aerei e missili sull’Iran, colpendo numerosi obiettivi non solo militari. Il presidente Trump e il premier Netanyahu parlano ai loro Paesi – Trump lo fa alle tre del mattino, ora della Costa Est degli Stati Uniti -. L’Iran, com’era prevedibile e inevitabile, reagisce con lanci di missili verso Israele, dove suonano ripetutamente le sirene d’allarme, la gente viene invitata a stare in casa o nei rifugi, le manifestazioni all’aperto sono cancellate. In tutta l’area, spazi aerei chiusi. In tutto il Mondo, massima allerta.

Esplosioni vengono segnalate un po’ ovunque nella Regione del Golfo, là dove i missili iraniani possono arrivare. Mancano, al momento, dettagli sulle operazioni militari condotte, sugli obiettivi attaccati ed eventualmente centrati, sulle vittime provocate. Gli attacchi militari veri e propri sono stati preceduti da cyber-attacchi per compromettere le capacità di difesa iraniane.

Nel discorso all’Unione, Trump evoca tre motivi per l’attacco all’Iran, deciso e condotto in costanza delle trattative tra Usa e Iran mediate dall’Iran e giunte in settimana al terzo round. Un quarto round era già stato annunciato a Vienna la prossima settimana: non si sa se ci sarà; il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha appena detto che “questo è il momento di difendere il nostro Paese”.

I tre punti illustrati da Trump sono gli stessi già messi in evidenza nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato martedì sera, davanti al Congresso riunito in sessione plenaria.

Con linguaggio putiniano, Trump non parla di guerra, ma di “operazione militare su vasta scala”, richiamando l’ipocrita “operazione militare speciale” con cui il presidente russo Vladimir Putin maschera l’invasione dell’Ucraina.

Il primo punto è il programma nucleare iraniano, sul controllo del quale Stati Uniti, Russia e Cina, con il G3 europeo costituito da Gran Bretagna, Francia e Germania, avevano già trovato con l’Iran un accordo nel 2015, affidato al controllo dell’Aiea, l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, e che Teheran stava rispettando.

Ma nel 2017 Trump, insediatosi una prima volta alla Casa Bianca, l’aveva denunciato definendolo inadeguato. In realtà, il magnate presidente non voleva avallare quanto fatto dal suo predecessore Barack Obama e voleva assecondare Netanyahu, allora già premier e sempre critico dell’intesa.

Poco prima dell’attacco, in un’intervista alla Cbs, il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi aveva annunciato una svolta nelle trattative: Teheran avrebbe accettato di smantellare le sue scorte di uranio arricchito e di diluire sotto controllo internazionale il combustibile già accumulato. Ma l’annuncio di Albusaidi aveva avuto scarsa eco sui media Usa e non ha evidentemente convinto l’Amministrazione Trump a rinunciare a battere un pugno sul tavolo.

Il secondo argomento sono i missili iraniani, capaci di colpire, attualmente, in un raggio di 1800 chilometri, Israele e i Paesi alleati degli Stati Uniti nella Regione – cosa che sta avvenendo -, ma anche le forze statunitensi di stanza nell’area (che sono, a loro volta, capaci di contrarli e che devono fornire copertura anche agli alleati). Dopo gli ultimi attacchi subiti, e in particolare durante la ‘geurra dei dodici giorni’, nel giugno scorso, l’Iran aveva limitato la propria reazione ad attacchi quasi simbolici. Bisogna vedere se ora farà altrettanto.

Trump evoca una minaccia missilistica iraniana allargata all’Europa, il che è solo marginalmente vero – e agli Stati Uniti, il che è, allo stato, falso. E, per creare un consenso intorno alla sua azione, ricorda che le azioni dell’Iran o di alleati dell’Iran – le milizie sciite filo-iraniane nella regione – e atti terroristici ispirati dall’Iran hanno ucciso cittadini americani, oltre che migliaia di persone ovunque nel Mondo.

Il terzo argomento è il cambio di regime, nella scia delle proteste di gennaio che hanno causato migliaia di vittime – Trump cita la cifra di 32 mila, data da fonti dell’opposizione all’estero e di cui non si ha alcuna conferma – e hanno indebolito il regime teocratico, il cui capo supremo, l’ayatollah Ali Khameney è un obiettivo dell’offensivo in atto, ma che non sembra essere stato raggiunto.

Non è però chiaro se e in che misura un’azione militare esterna, con aerei, droni e missili, condotta da Stati Uniti e Israele, due Paesi percepiti come nemici giurati da gran parte del popolo iraniano, che non è solo la borghesia colta e ricca di Teheran e delle grandi città, possa innescare un cambio di regime e quali siano le speranze che il cambio – se ci sarà – risulti positivo per gli iraniani.

Ma la vicenda venezuelana a inizio gennaio dimostra che Trump non è interessata alla democrazia e al cambio di regime, ma solo all’affermazione, con la forza delle armi, dei dazi, delle intimidazioni, del proprio potere.

L’azione coordinata israelo-americana è stata accolta senza sorpresa ma con preoccupazione in tutto il Mondo: era nell’aria da settimane e alcuni segnali ieri erano stati molto forti – come l’invito fatto ai cittadini americani in Israele a lasciare il Paese “in giornata2, se potevano farlo -. Anche i governi meno critici verso l’Amministrazione Trump esprimono preoccupazione per la sicurezza dei loro connazionali nell’area.