Nelle ultime settimane l’Unione Europea sembra aver preso coscienza delle sfide cruciali che le aspettano nei prossimi anni. La competizione economica, tecnologica e politica tra Stati Uniti e Cina pone all’Unione numerosi interrogativi, in particolar modo sul piano della competitività.
Se per anni l’autonomia strategica europea era stata un esercizio retorico praticato tra i corridoi di Bruxelles, dal recente Consiglio Europeo informale di Alden Biesen e dall’annuale appuntamento della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco emerge un messaggio netto: la sicurezza del continente non può più essere una delega esterna, ma deve diventare una responsabilità non solo politica, ma anche economica e industriale.
Nel nuovo assetto di potere globale, la competitività industriale e tecnologica coincide in modo assoluto con la sicurezza nazionale. L’analisi disincantata di queste due assise rivela come la debolezza dei mercati europei si sia tradotta direttamente in una vulnerabilità strategica, costringendo i leader a un drastico cambio di paradigma.
Alden Biesen: competitività e difesa come due facce della stessa crisi
Al castello di Alden Biesen, la «sferzata» di Mario Draghi ed Enrico Letta ha rimosso l’ultimo velo di ambiguità. L’analisi presentata al vertice informale dei leader UE non lascia spazio a interpretazioni: la capacità di difesa è ormai il riflesso della competitività economica.
Il mercato unico non deve essere inteso solo come uno spazio di scambio, ma come la base produttiva indispensabile per la sopravvivenza del modello federale. Senza una mobilitazione di capitali senza precedenti e una reale integrazione dei mercati della difesa, l’Unione rischia di scivolare verso l’irrilevanza tecnologica rispetto ai giganti statunitense e cinese.
Monaco: la dimensione politica della competitività
Questo imperativo economico ha trovato il suo esatto specchio politico nei saloni di Monaco. Qui, la dimensione politica della competitività è emersa in tutta la sua forza attraverso le posizioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che presenta un Occidente diverso da quello del segretario di Stato americano Marco Rubio.
Quando Merz richiama l’Europa alla «realtà della potenza», riconosce implicitamente che nessuna postura di deterrenza può risultare credibile se non è supportata da una filiera industriale autonoma e scalabile. La logica transatlantica esposta da Rubio ha chiarito che l’ombrello protettivo americano non è più disposto a sussidiare la frammentazione europea.
Ciò impone all’Europa di essere capace di badare al proprio quadrante regionale e presuppone di essere economicamente efficiente, in grado di sostenere i costi industriali del proprio riarmo senza collassare sotto il peso del debito o della dipendenza da fornitori terzi.
Un’emancipazione forzata per l’Unione
In sintesi, il quadro che si delinea è quello di un’emancipazione forzata. Mentre il vertice UE ha individuato negli strumenti finanziari e nell’integrazione industriale la via per la resilienza, la Conferenza di Monaco ha definito l’ambiente geopolitico in cui questa trasformazione deve avvenire.
L’Unione si trova oggi a un bivio: tradurre le indicazioni tecniche di Draghi in decisioni politiche rapide o restare prigioniera delle proprie inerzie burocratiche proprio mentre i termini della garanzia americana vengono rinegoziati. La sfida, in questo inizio 2026, riguarda la capacità di agire come un blocco di potenza coeso.





