Innovazione

Digitale pubblico, l’Italia alla prova dell’uso dopo il Pnrr

26
Gennaio 2026
Di Giuliana Mastri

Eccoci al punto in cui l’Italia deve passare dal costruire il digitale al farlo usare davvero. L’infrastruttura c’è, in larga parte grazie al Pnrr. Ora la sfida è trasformarla in pratica quotidiana per cittadini, imprese e amministrazioni. La fotografia che emerge dalla “radiografia digitale” del Paese mostra progressi evidenti, sostenuti dai circa 49 miliardi di euro messi in campo dal Piano di ripresa e resilienza per la digitalizzazione: 41 miliardi concentrati nella missione dedicata e altri 6 distribuiti su misure trasversali. Di questi, almeno 30 miliardi sono destinati direttamente alla trasformazione digitale della Pubblica amministrazione. Una cifra imponente, soprattutto se confrontata con un mercato annuo del digitale per la Pa che vale intorno ai 15 miliardi di euro.

È il quadro che emerge dal rapporto annuale dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, intitolato «Il mondo nuovo», che verrà presentato martedì 27 gennaio. Il punto di partenza, però, non era dei più incoraggianti. Nel confronto europeo basato sugli indicatori della Digital Decade 2030, l’Italia resta nella parte bassa della classifica: 23esima su 27. Nel dettaglio, 17esima per maturità delle infrastrutture digitali, 19esima per la digitalizzazione delle imprese, 23esima per le competenze e addirittura 26esima per la digitalizzazione della Pa. Una fotografia, tuttavia, che si ferma ai dati comparabili del 2024 e non intercetta appieno i miglioramenti più recenti.

Allargando lo sguardo ad altri indicatori, il quadro si fa più articolato. Sul fronte delle infrastrutture, ad esempio, le famiglie con una connessione a banda larga di almeno 100 Mbps superano la media Ue: 75% contro il 72%. Tra le Pmi, il 70% raggiunge un livello base di intensità digitale, un dato inferiore a quello di Spagna e Germania, ma superiore a quello francese. Il vero tallone d’Achille resta l’e-commerce: solo il 15% delle imprese italiane vende online, contro il 20% della media europea.

Le criticità più evidenti emergono sul fronte delle competenze. Solo il 54% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base, a fronte di una media Ue del 60%. Spagna e Francia viaggiano su livelli decisamente più alti. In ambito pubblico, invece, convivono luci e ombre. L’Italia è tra i primi cinque Paesi europei per open data e ha recuperato posizioni sui servizi digitali precompilati e su quelli rivolti alle imprese. Ma quando si passa all’uso effettivo dei servizi online da parte dei cittadini, il Paese arretra: la quota di utenti che interagisce con la Pa digitale scende ulteriormente nel ranking europeo.

Nonostante questo, la traiettoria è chiaramente in movimento. L’Italia ha concentrato da sola circa il 30% delle risorse digitali complessive dei Pnrr europei e negli ultimi anni è cambiato anche l’approccio della Pubblica amministrazione, sempre più orientata a logiche di piattaforma. I numeri lo dimostrano: PagoPa ha veicolato incassi per quasi 400 miliardi di euro, l’App IO conta 14 milioni di utenti attivi e oltre 370 mila servizi disponibili. Anche gli strumenti di identità digitale, come Spid e Cie, sono ormai diffusi, con l’orizzonte dell’It Wallet che si avvicina.

Ma non è il momento di rallentare. Entro giugno restano da completare circa il 30% degli obiettivi digitali concordati con Bruxelles, tra milestone e target ancora in agenda. E soprattutto si pone il problema del “dopo Pnrr”. Il rischio è che, una volta esaurita la spinta straordinaria del Piano, il processo si arresti. Per evitarlo, l’Osservatorio suggerisce di non sottrarre risorse al digitale e di guardare, ad esempio, agli 800 milioni di euro non spesi dagli enti locali sui voucher di PaDigitale2026 o agli 1,5 miliardi dei fondi strutturali regionali.

Lo snodo decisivo dei prossimi anni sarà l’intelligenza artificiale. I progetti e le sperimentazioni si moltiplicano e, secondo le stime dell’Osservatorio, il 57% del tempo di lavoro dei dipendenti pubblici italiani è oggi assorbito da attività potenzialmente automatizzabili. Un dato che non va letto come una minaccia, ma come una necessità: il pubblico impiego italiano è sottodimensionato rispetto alla media europea e nei prossimi anni sono attese tra le 600 e le 700 mila uscite per pensionamento. In questo contesto, l’IA diventa uno strumento chiave per mantenere la capacità di erogare servizi.

La condizione, però, è chiara: senza un investimento serio sulle competenze e senza una strategia consapevole, il rischio è ampliare le disuguaglianze territoriali e fare più danni che benefici. Un avvertimento che riguarda soprattutto quelle amministrazioni, in particolare a livello regionale, che ancora non hanno definito una linea chiara sull’adozione dell’intelligenza artificiale. Il “mondo nuovo” digitale è stato costruito. Ora bisogna imparare ad abitarlo.