Politica

Navigare tra Usa ed Europa, Meloni non molla il timone nella tempesta

21
Gennaio 2026
Di Giampiero Cinelli

Giorgia Meloni ha deciso di non aderire al Board of Peace per Gaza promosso da Donald Trump, ritenendolo incompatibile con l’articolo 11 della Costituzione italiana. Secondo Palazzo Chigi, l’Italia può partecipare solo a organismi internazionali per la pace fondati su condizioni di parità tra Stati, mentre il Board statunitense viene considerato una sorta di «Onu privata», con regole di adesione e di governance fortemente sbilanciate e una quota d’ingresso fino a un miliardo di dollari.

Alla scelta pesa anche il profilo giuridico interno: la ratifica richiederebbe un passaggio parlamentare che non sarebbe praticabile nei tempi, e il Quirinale fermerebbe comunque il provvedimento per il rischio di incostituzionalità. La posizione è condivisa dai vicepremier Salvini e Tajani e dal ministro Crosetto, con Forza Italia in prima linea nel giudicare il progetto non percorribile.

Il no della premier arriva nonostante il rapporto personale con Trump e si inserisce in un quadro europeo più ampio: anche Germania e Regno Unito non parteciperanno, mentre in Europa restano disponibili solo Ungheria e Albania. Meloni potrebbe comunque essere presente a Davos come osservatrice, mentre l’agenda prevede anche un Consiglio europeo straordinario a Bruxelles, convocato dopo le tensioni su Groenlandia e dazi Usa.

Il Board of Peace, nelle intenzioni di Trump, dovrebbe operare come un nuovo organismo internazionale per la risoluzione dei conflitti, in competizione con l’Onu, con un potere decisionale fortemente concentrato nella presidenza americana. La proposta ha già sollevato perplessità diffuse: Francia ha detto no, altri Paesi restano cauti o chiedono chiarimenti, mentre la partecipazione è subordinata a regole e contributi finanziari che stanno alimentando resistenze politiche e diplomatiche in molte capitali.

Il momento politico richiede a Giorgia Meloni grande finezza. Per aspettative in realtà non direttamente espresse da lei ma che le sono state attribuite negli ultimi mesi. A livello europeo infatti sembra lei l’interlocutrice principale per tenere il filo tra Bruxelles e lo Studio Ovale. I principali partner si fidano. All’insediamento di Trump fu Meloni a ricevere invito formale, presto volò a Mar-a-Lago per parlare dei dazi e in ogni incontro ufficiale il Tycoon ha mostrato un atteggiamento dialogante e benevolente, derivante in primis da affinità ideologica e umana. Se tutto questo in termini pragmatici non basta, quantomeno è sufficiente affinché tutti si chiedano: cosa può fare Giorgia per gli interessi italiani ed europei nel rapporto con la potenza egemone?

Purtroppo, forse la stessa Meloni preferirebbe riflettere sulla domanda. Dato che in politica internazionale non sempre si riesce a seguire la traccia. La traccia di Meloni all’inizio era chiara, ribadire a Washington che anche l’Italia ha degli interessi e che bisognava confidare che potessero armonizzarsi con quelli d’oltreoceano. La tattica politica non era esclusa. Per i dazi consisteva principalmente nel trovare accordi energetici in cambio di un allentamento. Trump è sempre disposto ad ascoltarla, ma sta di fatto che le intese definitive sui dazi le firma non l’Italia, bensì l’UE, rappresentata da von der Leyen.

Discorso simile per le questioni di sicurezza. Sull’affare Groenlandia la Premier non è d’accordo. E lo dice apertamente. Il confronto però dovrà essere corale. Sul Venezuela, invece, la deposizione del socialista Maduro compiace Meloni. E, ad ogni modo, lei stessa ha affermato nella conferenza di inizio anno con i giornalisti che l’Italia può, e deve, palesare la sua posizione, ma non può certo pensare di ipotecare la sua collocazione geopolitica. Che resta saldamente ancorata alla Nato.

Dove invece Giorgia Meloni può avere più impatto è certamente riguardo ai negoziati europei del Mercosur. Il trattato ha passato la prima firma, ma ha avuto una gestazione di ben 25 anni e non sono mancate le perplessità anche all’interno del governo di Roma. La regia è di von Der Leyen anche qui ma l’Italia ha fatto pesare le sue esigenze per permettere di arrivare alla stretta di mano. Meloni si fida delle clausole di salvaguardia? O ha voluto dare fiducia all’imprenditoria italiana, che giocherà a viso aperto con i produttori di una grande e fertile terra come il Sud America?

In ogni caso, la postura della leader è chiara. Stare ai tavoli, con i gomiti poggiati sopra, anche se l’ultima parola non è la tua. Credere nella mediazione politica, non mollarla mai davanti al principale alleato, gli Usa. Al di là dei risultati, la base popolare premia anche l’impegno. Come si fa con la propria squadra. E su questo elemento Meloni è pronta a fare perno per le prossime elezioni.