Politica

La sinistra che vota sì: la giustizia come nodo riformista

12
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

A Firenze, oggi, nella Palazzina Reale di Santa Maria Novella, non si parla di alleanze né di leadership. Il titolo dell’incontro promosso da Libertà Eguale Toscana è esplicito: «La sinistra che vota sì». Il riferimento è al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Ma il punto politico è più profondo del quesito referendario: la giustizia torna a essere, per una parte della sinistra, una questione identitaria, non un riflesso condizionato dello scontro con la maggioranza di governo.

La tesi che unisce giuristi, costituzionalisti ed ex parlamentari riuniti a Firenze è netta: il Sì non nasce contro qualcuno, ma a favore di un’idea di processo e di garanzie che il centrosinistra ha elaborato nel tempo e che oggi rischia di essere rimossa. Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale ed ex sottosegretario all’Economia, lo ha scritto con chiarezza nei giorni scorsi: ridurre il referendum a un voto “di schieramento” significa eludere il merito e tradurre anche questa riforma nel consueto schema “o noi o loro”. Un copione che la sinistra ha già pagato caro in passato.

Il cuore del Sì sta in una parola chiave: coerenza. La separazione delle carriere viene rivendicata come il completamento logico del passaggio al processo accusatorio, avviato con la riforma del codice di procedura penale alla fine degli anni Ottanta e consacrato nel 1999 con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Accusa e difesa poste in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale non sono uno slogan, ma una struttura. E quella struttura – sostengono i promotori – resta incompiuta finché giudici e pubblici ministeri continuano a condividere la stessa carriera e lo stesso organo di autogoverno.

A ricordare quanto questa impostazione fosse, in passato, largamente condivisa nel centrosinistra è anche il percorso personale di Stefano Ceccanti, costituzionalista e protagonista diretto di quelle stagioni. All’inizio degli anni Novanta, all’indomani della riforma Vassalli, la separazione delle carriere era considerata da molti il naturale corollario del nuovo rito accusatorio. Nei lavori della Bicamerale D’Alema per le riforme istituzionali , la sinistra riformista – dai miglioristi a una parte degli ex Pci, dai popolari ai socialisti – discuteva apertamente di come arrivarci. La riforma dell’articolo 111 fu allora una scelta consapevole di gradualità: non il punto di arrivo, ma una premessa.

È per questo che oggi, da questa area, il No viene letto come una rottura, più che come una prudenza. Non solo rispetto alle radici dell’Ulivo, ma anche rispetto a posizioni più recenti: l’idea di istituire una Alta Corte disciplinare autonoma, sottraendo la materia disciplinare al Csm, era ancora presente nel programma del Partito democratico del 2022. Non una pulsione punitiva, ma la risposta a un problema concreto, emerso anche nell’esperienza parlamentare: la difficoltà di rendere effettiva la responsabilità disciplinare dei magistrati, persino in casi di diniego dell’autorizzazione all’arresto per fumus persecutionis rimasti senza conseguenze.

Da qui nasce una delle innovazioni più discusse della riforma: l’Alta Corte disciplinare e la separazione dei Csm. Per i sostenitori del Sì si tratta di un riequilibrio, non di un’intimidazione: serve a rafforzare la terzietà del giudizio disciplinare e a evitare interferenze reciproche sulle carriere. La stessa logica vale per l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri: una conseguenza organizzativa della separazione delle carriere, senza la quale il principio resterebbe solo formale.

Il punto più controverso resta il sorteggio dei componenti dei Csm. Qui il fronte del Sì non nega le criticità, ma ne rivendica la genesi: prima del sorteggio si sono tentate riforme più lineari – come i collegi uninominali – tutte respinte in nome degli equilibri correntizi. Il sorteggio viene così presentato non come la soluzione ideale, ma come una risposta imperfetta a un problema strutturale, quello del correntismo, che da decenni condiziona l’autogoverno della magistratura.

Le obiezioni dei contrari restano sul tavolo: il rischio di un pubblico ministero isolato e più esposto a logiche securitarie, o al contrario più permeabile a pressioni esterne; la critica all’esclusione del ricorso in Cassazione contro le decisioni disciplinari. Ma per i sostenitori del Sì molte di queste critiche finiscono per colpire non tanto il testo della riforma quanto il modello accusatorio stesso, arrivando talvolta a evocare, implicitamente, una concezione più inquisitoria del processo.

In questo quadro si colloca anche Italia Viva, che sul referendum ha scelto di lasciare libertà di coscienza, anche in ragione dell’alleanza con il Partito democratico, al cui interno la questione divide. All’interno del partito, però, una posizione politica netta c’è: Raffaella Paita, capogruppo al Senato, si è schierata apertamente per il Sì, rivendicando il garantismo come parte del Dna della sinistra. Una scelta personale, ma politicamente significativa per il ruolo che ricopre. Diversa, almeno per ora, la linea del leader Matteo Renzi, che non ha ancora sciolto la riserva e prende tempo sulla scelta referendaria.

È anche questo intreccio di posizioni a chiarire la natura del voto che si avvicina. Il referendum sulla giustizia non è un test sul governo né una resa dei conti tra maggioranza e opposizione. È una scelta sull’idea di Stato di diritto che si vuole difendere. Il fatto che una parte della sinistra rivendichi il Sì non come eccezione, ma come fedeltà a una tradizione riformista e garantista, costringe il centrosinistra a fare i conti con le proprie rimozioni.

Firenze, oggi, non chiude il dibattito. Ma lo rende esplicito: la separazione delle carriere non è un tema “di destra” né una bandiera identitaria. È il punto in cui una storia riformista chiede di essere riconosciuta o definitivamente archiviata.