Esteri
Venezuela, oltre l’attacco: sovranità, Iran e il vero senso del regime change
Di Ilaria Donatio
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, forti esplosioni sono state udite a Caracas e in altre aree del Venezuela. Boati distinti, blackout intermittenti, traffico aereo militare e un’immediata escalation verbale hanno segnato l’avvio di quella che Washington ha definito un’operazione mirata contro il regime di Nicolás Maduro. Poche ore dopo, gli Stati Uniti hanno annunciato la cattura di Maduro, trasferito fuori dal Paese per rispondere di accuse formulate dalla giustizia americana. Il governo venezuelano ha parlato di aggressione, mentre dagli Stati Uniti è arrivata la rivendicazione dell’attacco come atto necessario per neutralizzare una minaccia alla sicurezza regionale e globale.
È l’ennesimo punto di rottura in una crisi che dura da anni, ma che oggi assume un significato diverso. Non più soltanto un confronto tra un regime autoritario e l’Occidente, bensì un tassello di una partita geopolitica più ampia, che intreccia America Latina, Medio Oriente e competizione tra potenze.
In questa chiave si inserisce la lettura di Mariano Giustino, che respinge l’idea di un’invasione di un Paese sovrano. «Di quale Paese sovrano parlate? Il Venezuela ha perso da tempo lo status di Stato sovrano», sostiene. Secondo Giustino, non sarebbero gli Stati Uniti ad aver violato la sovranità venezuelana, ma l’Iran ad averla erosa progressivamente negli ultimi vent’anni.
Caracas, in questa prospettiva, si sarebbe trasformata in uno spazio franco: un territorio capace di offrire rifugio e copertura a pasdaran ed Hezbollah, diventando il principale avamposto latinoamericano della Repubblica islamica. Una convergenza fondata su terrorismo, narcotraffico e strategia politica, che spiegherebbe perché Washington consideri il regime di Maduro una minaccia da estirpare.
Non è casuale, osserva Giustino, che l’operazione americana sia avvenuta il 3 gennaio, anniversario dell’arresto di Qasem Soleimani: un messaggio rivolto non solo a Caracas, ma anche a Teheran e a Khamenei, dentro una logica di deterrenza che travalica il dossier venezuelano.
Resta però la domanda decisiva ed è Carmelo Palma, giornalista de Linkiesta, a elaborarla. Tra la speranza di molti di assistere finalmente alla liberazione di un popolo oppresso da un regime criminale e il timore di un regime change dagli effetti a cascata, capace di destabilizzare ulteriormente la regione e ridefinire gli equilibri globali, il rischio è uno solo: «Dimenticare», argomenta Palma, «che nella geopolitica di Trump la parola “libertà” è spesso non molto diversa da come la pronuncia Putin». E allora l’interrogativo rimane aperto: «Si tornerà alla democrazia o a un regime uguale e contrario a quello di Maduro?».





