Innovazione

Lavorare con gli NFT, la quinta dimensione entra nel mondo della cultura

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Dicembre 2021
Di Jacopo Bernardini

Fino al 13 marzo 2021 l’opera più pagata dell’artista americano Beeple era una stampa valutata 100 dollari. Quel giorno la famosa casa d’aste londinese Christie’s ha venduto una sua opera per oltre 69 milioni di dollari, rendendolo uno dei tre artisti viventi più quotati. Eppure, a fare notizia non è stato (solo) questo. Già, perché il lavoro venduto, Eveydays: The first 5000 days, è un’opera digitale certificata tramite NFT, non fungible token, un “gettone digitale” che sfrutta la tecnologia blockchain per dimostrare inequivocabilmente come il possessore sia la persona che possiede l’opera digitale a esso collegata. E sì, ciò che compra l’acquirente è nient’altro che un “file digitale autenticato”.

Gli artisti digitali esistono dagli anni ’70, ma blockchain e NFT hanno aperto un nuovo, inesplorato scenario nel mondo dell’arte. Tra i primi a intuire il trend in Italia c’è Giulio Bozzo, che già nel gennaio ’21 ha inaugurato la startup Reasoned Art, la prima galleria di crypto arte nel nostro Paese, che seleziona i migliori artisti digitali italiani ed internazionali, ne cura ed organizza le mostre e, infine, ne rivende le opere.

Bozzo, come nasce l’idea di Reasoned Art?
«Nel 2019, mentre studiavo Beni Culturali a Genova, ho partecipato all’organizzazione di una mostra a Palazzo Rosso che mi ha fatto conoscere il mondo della blockchain e degli NFT. Durante quel periodo ho partecipato a un bando dell’Università per fare startup e iniziato ad approfondire e studiare questo nuovo mercato. Nel frattempo ho conosciuto Andrea Marec, che ha co-fondato la startup con me e, una volta arrivato a Milano per la laurea magistrale, il professore Angelo Miglietta, che tiene un corso sulle startup e ci ha dato un grande supporto sotto diversi punti di vista».

Da qui alla prima mostra di crypto arte, il passo è stato breve…
«Nel gennaio 2021 abbiamo costituito la startup e sei mesi dopo, a giugno, abbiamo organizzato la prima mostra di crypto arte in Italia. Abbiamo esposto tre artisti su oltre 30 schermi digitali delle edicole di Milano. È stata un’esibizione decentrata e distribuita, in linea con i principi della blockchain».

Da sinistra, Giulio Bozzo e Andrea Marec

Proprio in quel periodo sono arrivati anche i primi finanziamenti.
«Durante l’estate abbiamo chiuso il primo round da oltre 300mila euro, grazie anche ai fondi di LVenture Group e di Rosario Bifulco, imprenditore e collezionista di arte contemporanea e Presidente di Finarte, casa d’aste tra le più importanti in Italia. Pian piano siamo diventati più strutturati anche a livello tecnologico e abbiamo chiuso un accordo anche con Bulgari per collegare il brand con i nostri artisti digitali, organizzando un evento privato in cui sono stati realizzati 50 NFT».

Quali sono le prossime iniziative in programma?
«Stiamo organizzando un evento all’Arco della Pace per il 31 di dicembre. Abbiamo contattato un collettivo artistico, OUCHHH, tra i più quotati nel mondo della digital art, che ha prodotto un’opera utilizzando l’intelligenza artificiale. L’opera racconta, tramite un susseguirsi di immagini generate dal sistema di intelligenza artificiale dell’artista, la storia del nostro Paese. Per l’occasione, Ouchhh ha plasmato un’AI capace di reinterpretare e dare nuova vita ad oltre 20.000 opere d’arte di oltre 320 artisti dei più svariati movimenti artistici, dall’arte bizantina all’arte contemporanea italiana. All’interno dell’opera sono inoltre inclusi i dati annuali della mappa del firmamento italiano raccolti dalla NASA e tutto il nostro patrimonio letterario digitalizzato, per un periodo di oltre 1700 anni. Il risultato è un’opera della durata di 6 minuti, che verrà proiettato a 360° gradi sull’Arco».

Ma chi compra crypto arte, oggi, in Italia?
«Sono italiani, per lo più collezionisti di arte contemporanea. Anche le nuove generazioni si stanno approcciando a questo nuovo tipo di collezionismo 2.0. È un tipo di cliente che in qualche modo va costruito, non si può negare che ora i più grandi investitori sono persone che investono in crypto e vogliono diversificare il loro portafoglio. Una sorta di trading mascherato. Quello che stiamo cercando di fare è di rovesciare la medaglia: mettere in primo piano l’aspetto etico e culturale dell’arte e non quello speculativo, anche se ovviamente è normale ci sia ed esiste, da sempre, anche nel mercato dell’arte “tradizionale”».

In questo vedete un rischio speculazione, una bolla che un giorno potrebbe esplodere?
«Sicuramente al momento i prezzi sono gonfiati. Al contempo siamo sicuri che non si può tornare indietro, questo è il futuro. Ora, per passare dalla fase 0 alla fase 1 ci vuole un cambiamento, in primis culturale. Quello che fanno in molti adesso è prendere l’opera, tokenizzarla, e venderla. Senza badare all’aspetto curatoriale e valoriale che il mondo dell’arte ha sviluppato nei secoli. Ma il futuro sarà diverso, lo dimostra il fatto che diverse gallerie tradizionali stanno implementando marketplace di NFT».

Annibale Siconolfi, O2 Distribution System

Pensiamo al medio-lungo periodo. Le opere di cryptoarte vivranno solo nei mondi virtuali, nei metaversi su cui molte aziende, l’ex Facebook in primis, stanno puntando?
«Il trend, non ci sono dubbi, è quello far vivere le opere prettamente online, dove c’erano già molte gallerie ancor prima dell’annuncio di Zuckerberg. Noi sposiamo, però, un approccio onlife, che vuole coniugare il meglio dell’online e dell’offline. L’arte digitale ha modalità di fruizione ed esposizione vaste e varie, e può essere vissuta anche nella fisicità tramite diverse modalità. Ne elenco tre: il videomapping su monumenti o palazzi storici, sugli schermi digitali, come quelli di grandi dimensioni che si trovano nelle metropoli – pensiamo a Times Square – e, infine, le mostre immersive».

Un cambio di paradigma che non tocca solo il mondo dell’arte.
«L’innovazione tocca praticamente qualsiasi ambito. A livello legale, per esempio, con gli smart contracts. Ma i problemi maggiori ci sono a livello fiscale: il pagamento in crypto non è regolamentato, e questo è un tema enorme. Tante aziende stanno andando in Svizzera per risolvere il problema, noi stiamo cercando di rimanere in Italia, confidando che le cose evolveranno in maniera positiva. D’altronde, se ora qualcuno compra un’opera d’arte in crypto e non mi dà i suoi dati di fatturazione, come si fa?».