Politica

Schlein, il Pd al suo interno, Conte e il Terzo Polo litigano e non si sentono ‘molto bene’…

17
Luglio 2023
Di Ettore Maria Colombo

Grande è il disordine sotto il cielo, ma la situazione non è affatto eccellente, nel ‘cielo’ disastrato del centrosinistra, versione ‘campo largo’ (Pd-M5s-Avs e/o Terzo polo, dipende), versione ‘campo stretto’ (Pd-Terzo Polo e affini), versione ‘campo disastrato’ o ‘terremotato’ (quello della serie ‘ognun per sé e Dio per tutti’).

Il Pd va ‘in trasferta’ a Napoli per tuonare contro la legge Calderoli, ma i guai covano…

Partiamo, ovviamente, dalla ‘casa madre’, il Pd… A volte, ci si mette anche ‘la sfiga’, quella che a Napoli, però, si chiama ‘scuorn’ o ‘malocchio’. Elly Schlein inaugura una operazione simpatia nel capoluogo campano: giro (l’armocromista, stavolta, dice: white&skyblue, dress code local) per i Quartieri spagnoli, omaggio (obbligato) al murales di Diego Armando Maradona, idolo local e global (Elly non ama il football, ma tant’è; soprattutto, Maradona mantenne sempre una vita privata molto discussa e molto discutibile, ma Elly potrebbe sempre scoprirsi a favore della legalizzazione delle droghe ‘pesanti’, oltre che, come già è, di quelle ‘leggere’..) e bagno di folla.

Bagno di folla e omaggio a Maradona per Elly

I napoletani, si sa, sono ‘gente di mondo’ e anche i turisti, va detto, l’hanno accolta bene, ad Elly: auguri, saluti, sorrisi e incoraggiamenti a iosa. Il guaio è che la due giorni napoletana dei dem (tema, teorico, “una e indivisibile”, sottinteso la Repubblica, obiettivo polemico l’autonomia differenziata di Calderoli, e meglio non ricordare il ddl Bassanini che, nel 2001, aprì l’autonomia regionale di fatto e che era targato centrosinistra), si è scontrato con la cruda battaglia politica. Sia interna che esterna al magico mondo ‘democrat’. Quella interna si compone di due sotto-fronti. Il primo si chiama ‘fuga’ precipitosa di dirigenti Pd.

I guai interni dem: i riformisti già andati via…

Prima i vari Borghi (sta per diventare capogruppo al Senato), Marcucci, etc, verso Iv, ora D’Amato (ex assessore alla Sanità del Lazio, ex uomo forte di Zingaretti, sfortunato candidato a governatore) che annuncia l’approdo ad Azione di Calenda, come meglio vedremo più avanti, nell’articolo. Il quale Calenda, in attesa della formalizzazione dell’ingresso di D’Amato nel suo partito (oggi), infierisce in corpore vili: “ricostruiamo quell’area riformista che il Pd non rappresenta più”. Al netto delle ‘baruffe chiozzotte’ tra Calenda e Renzi, che rischia, a sua volta, di perdere Rosato, Bonetti etc (persino sulla Boschi sono girate illazioni, ma hanno tutti smentito, e pure sdegnosamente), il Terzo Polo cresce, il Pd riformista è anemico.

Dissanguata assai pure la sua (ormai ex) anima margheritina: “Tempi nuovi” si chiama la neo-aggregazione dei ‘Popolari uniti’ di Fioroni, D’Ubaldo, Merlo, usciti, nei mesi scorsi, dal Pd e che stanno lavorando alla costituente ‘popolare’, ma anche di schietta impronta neo-centrista e che, prima o poi, si ritroveranno dalle parti dei terzisti.

… e la sorda guerra di De Luca alla segretaria

Ma non basta. Il Pd è in – estrema – difficoltà soprattutto al Sud. Ieri, il governatore campano, Vincenzo De Luca, ha bellamente ignorato, snobbato e, ovviamente, men che meno partecipato alla due giorni dem di Napoli. E così, dopo aver svillaneggiato, in più occasioni, la segretaria dem con quei ‘liscia e busso’ (odiosi e anti-gentlemen) che solo lui riesce a produrre: “Il Pd romano è un partito di miracolati che non hanno neppure il voto delle loro madri” (falso, almeno in parte) e “in Campania il 70% del Pd ha detto no alla Schlein” (vero, perché comanda lui).

La colpa di Elly ai suoi occhi? Voler ‘rinnovare’ e ‘ripulire’ il partito campano (impresa in cui non sono riusciti segretari ben più corazzati di lei) e aver degradato il figlio Piero da vice-capogruppo alla Camera solo perché si chiama ‘De Luca’…

Nella logica e nella terra del ‘familismo amorale’, una colpa gravissima. Il guaio connesso è che, in prospettiva, De Luca di certo darà vita, tra le Europee del 2023 e le prossime Regionali, nel 2025, quando si ricandiderà al terzo mandato (sarebbe vietato, ma ha già trovato un cavillo: “il tetto è demenziale, mi ricandiderò in eterno”), a una lista autonoma, portandosi dietro consiglieri comunali, regionali e quadri del partito a lui fedeli. Rischia di far perdere al Pd la sola regione del Sud che governa, insieme con la Puglia. Dove, in Puglia, Emiliano non si ricandiderà perché vuole candidarsi al Parlamento Ue, sempre che la Schlein glielo lasci fare, passando il timone al sindaco di Bari, De Caro, ma rischiando, anche qui, di perdere la regione -, governata dai dem.

Il Pd, tra Europee e Regionali, rischia il tonfo

Al netto di Toscana ed Emilia (ultime ridotte del fortino rosso, dove si voterà sempre nel 2025 e che, soprattutto la Toscana, ormai governata, tranne Firenze, dal centrodestra, a loro volta non sono più terre di dominio dem), il rischio, pur se in lontana, per ora, prospettiva, sarebbe quello di una deblacle dalle proporzioni epocali. Debacle che, se unita e susseguente a uno striminzito 20-22%, vero miraggio – almeno stando ai dati dei sondaggi di oggi – per le Europee, farebbe saltare in aria la segretaria, portando a nuovo congresso.

Morale, la ‘presa’ – per ora ferrea – della Schlein sul partito (alle Europee vuole fortissimamente candidare cinque donne capolista, andrà così, ma dipende chi saranno: i nomi che ad oggi girano – Boldrini, Bonafoni, Annunziata, etc. – non sono certo quelli che garantiscono messe di preferenze) potrebbe diventare meno salda e l’opposizione interna, per ora ridotta a mugugnare in silenzio, potrebbe rialzare la testa e chiederle conto dei risultati che potrebbero (non) arrivare per nulla.

Non che l’opposizione riformista brilli di suo…

Opposizione che, pure questo va detto, non sta dando grande prova di sé né di tonica vitalità. Un po’ perché i ‘riformisti’ dem (Base riformista, un po’ in via di smantellamento e scioglimento, anche perché Luca Lotti si è ritirato a vita privata e Lorenzo Guerini, capofila dell’area, si dedica a tempo pieno alla sua nuova attività istituzionale, quella di presidente assai ‘bipartisan’ del Copasir) hanno poche frecce al loro arco, per differenziarsi (senza rompere del tutto) con un partito sempre più ’piegato’ a sinistra-sinistra e un po’ perché hanno accettato, sbagliando, di cogestire il partito mettendo dei loro uomini nella segreteria Schlein (David Baruffi, di Bonaccini, agli Enti locali, e Alessandro Alfieri, gueriniano doc, alle Riforme).

Solo che, mentre la Schlein fa il bello e il cattivo tempo sulle ‘cose che contano’ (alleanze e candidati alle amministrative e alle regionali, tutte perse, peraltro; alleanze parlamentari con l’M5s, battaglie su salario minimo, autonomia, giustizia, cambio di paradigma sui diritti, la guerra, etc.), i riformisti tacciono o si limitano a borbottii, sospiri e mugugni. Al massimo, producono battute come quella di Guerini che, a una riunione dem, disse ai suoi: “Sembra di stare dentro un’assemblea studentesca degli anni Settanta”…

Bonaccini è assente e si dedica alla sua Emilia

Oggettivamente, un po’ poco, anche se va detto, anche qui, che si trovano con le mani legate a causa della scelta primigenia, cioè compiuta a ridosso della sconfitta alle primarie, dal ‘loro’ candidato, Bonaccini. Il quale, già all’epoca, accettò di diventare presidente del partito (cioè, in realtà, dell’Assemblea nazionale, carica del tutto onorifica e inutile, un orpello), di assicurare piena ‘lealtà’ alla segretaria, di occuparsi della sua Emilia-Romagna e, in buona sostanza, di evitare accuratamente di ‘disturbar il manovratore/trice’.

E quindi ahi voglia, anche in questi giorni, a dire – sempre Bonaccini – che “De Luca è un ottimo governatore, abbiamo bisogno di lui”. O, invece, da parte sua, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che governa la città sull’asse di coabitation Pd-M5s, ma ha bisogno di De Luca come il pane, grazie ai suoi consiglieri in giunta, predicare inascoltato “unità” a Elly e ‘Vincenzo’.

Da Napoli, comunque, sono arrivati, come era prevedibile (e scontato) tanti attacchi a Meloni e al governo su autonomia, giustizia, lavoro, pure sul conflitto d’interessi, etc., tutti ‘nella norma’. I guai, il Pd, ce li ha tutti in casa, specie al Sud.

Un ‘classico’, gli attacchi al governo di Schlein

Elly Schlein, in ogni caso, non usa giri di parole ed entra a gamba tesa sui casi che da giorni agitano l’esecutivo. “Il conflitto di interessi continua a essere un problema e lo dimostrano le tante vicende che riguardano anche ministri di questo governo”, attacca dai Quartieri Spagnoli di Napoli. Qui, con l’iniziativa contro l’Autonomia differenziata, la segretaria vuole rilanciare un Pd che parli “con una voce sola da Nord a Sud”. Un’operazione ‘compattezza’, dunque, su cui pesano, però, gli attriti proprio tra i dem campani e il vertice del partito. L’inquilina del Nazareno, tra i vicoli della città partenopea, decide di glissare sull’assenza all’evento del presidente della Regione Vincenzo De Luca, che a sua volta tace. Provano a mediare, invece, il presidente Stefano Bonaccini e il sindaco di Bari Antonio Decaro. E mentre lo stato maggiore del Pd è nel cortile assolato della Fondazione Foqus a ragionare di Sud, dalla Capitale arriva una nuova tegola: il consigliere regionale del Pd Roberto D’Amato, già assessore alla Sanità e candidato Dem a La Pisana, sarebbe pronto a passare nelle fila di Azione, dopo i molti contrasti con Schlein.

Ma la segretaria non intende soffermarsi sulle vicende interne. Preferisce lanciarsi in un attacco a tutto campo contro il governo, alle prese con i casi Santanché, La Russa e Delmastro. E incalza sulle polemiche interne alla maggioranza in materia di giustizia: “c’è chi vuole indebolire strumenti di contrasto alle mafie per cui hanno perso la vita tanti servitori dello Stato”. Cita Paolo Borsellino e avverte l’esecutivo in vista delle prossime commemorazioni: “risparmiateci il 19 luglio le vostre parole vuote se seguono fatti che vanno in direzione contraria”. Per Schlein, insomma, “mettere in discussione il concorso esterno è irresponsabile”. Quando è il momento di affrontare il ddl Calderoli, non mostra alcun dubbio. “Il governo – dice – ha suggellato un patto di potere con un orrido baratto: il presidenzialismo per l’Autonomia differenziata”. “Non pensassero di poterci portare al confronto su temi costituzionali – aggiunge – mentre avanzano a spallate sull’autonomia differenziata”.

Il Pd, per Schlein, deve essere “l’intoppo” nell’iter della riforma. E carica i suoi: “da qui ci siamo messi di traverso”. Alla premier Giorgia Meloni consiglia di “governare per il Paese e per il Sud e non contro”. Poi chiama in causa i “presidenti di Regione che non stanno dicendo nulla sull’autonomia differenziata per fedeltà politica, una vergogna”. Il riferimento è ai presidenti di centrodestra. Le risponde Attilio Fontana: “Schlein è poco informata o è in malafede”.

Il silenzio di De Luca e l’addio di D’Amato…

Ieri, però, a pesare davvero è un altro silenzio. Quello, appunto, di Vincenzo De Luca. Dopo gli attacchi frontali degli ultimi giorni, il presidente della Campania, nel giorno del discorso di Schlein a Napoli, sceglie di non intervenire. Nessuno dei ‘deluchiani’ si presenta, circostanza che la segretaria dem decide di non rimarcare. Ma entrano in campo i pontieri. “De Luca rappresenta una risorsa per la Campania, dobbiamo lavorare per l’unità”, dice il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Gli fa eco Decaro, che lamenta di non aver visto tutto il partito all’iniziativa: “l’assenza c’è, pesa e deve essere superata”. Anche il presidente dei dem Bonaccini prova a ricucire: “abbiamo bisogno di tutti, anche di De Luca”. “L’unità è un valore quando si accompagna alla coerenza delle battaglie che noi insieme facciamo”, si limita a dire Schlein. Ma la spaccatura, nata dal dissenso dalla base campana sul commissariamento, vista da vicino, non sembra facile da ricomporre. Intanto, al Nazareno arriva un colpo di assestamento dal Pd laziale.

D’Amato, che aveva già lasciato l’Assemblea nazionale del partito dopo la partecipazione di Schlein alla manifestazione del M5s e soprattutto dopo le parole di Beppe Grillo che, da quel palco, aveva parlato di ‘brigate di cittadinanza’ con l’invito a indossare il ‘passamontagna’ (sic), sembra ormai pronto a entrare nella formazione di Carlo Calenda. Ipotesi che, per Osvaldo Napoli, segnerebbe “la nascita di un nuovo riformismo che il Pd di Schlein non potrà mai interpretare”.

Intanto, anche il Terzo Polo litiga e si divide…

La conferma dovrebbe arrivare, appunto, lunedì in una conferenza stampa che il leader di Azione ha convocato in Senato. Calenda vuole mantenere l’attesa e accendere la curiosità, ma siamo già, ormai, al ‘segreto di Pulcinella’. D’Amato ci sarà. E, nella competizione ormai scattata con Matteo Renzi, dentro il ‘fu’ Terzo Polo (i gruppi nelle Camere sono rimasti uniti per mere ragioni contabili e di convenienza, i due ‘partitini’, invece marciano totalmente divisi e disuniti), il reclutamento di D’Amato viene considerato un buon colpo politico. “Il mio obiettivo è sempre lo stesso: ricostruire quell’area riformista che il Pd non rappresenta più”: è sola la dichiarazione che, a ieri, il leader di Azione era disposto a fare. “Non mi interessa una campagna acquisti – spiega – per riportare nel gruppo Iv-Azione a Palazzo Madama il vecchio equilibrio (oggi sono i renziani a prevalere nei numeri), ma semplicemente proseguire nel progetto politico. “La probabile adesione di Alessio D’Amato ad Azione è qualcosa di più e di diverso di un passo verso la ricomposizione dell’area riformista – interviene di rincalzo Osvaldo Napoli, della segreteria nazionale di Azione ed ex di FI – e segna la nascita di un nuovo riformismo di impronta liberale, europeista e popolare che il Pd di Elly Schlein non potrà mai interpretare”.

In effetti, D’Amato è solo l’ultimo in ordine di tempo ad avere abbandonato le file dem. Calenda parla genericamente di altri che si aggregheranno, ma tra i centristi c’è molto movimento, per ora più annunciato che realizzato. Mercoledì, intanto, a Palazzo Madama ci dovrebbe essere il passaggio di testimone, come capogruppo di Azione-Iv, da Raffaelle Paita (ora diventata coordinatrice nazionale di Italia Viva al posto di Ettore Rosato, storico uomo d’ordine di Renzi) a Enrico Borghi. E proprio Borghi è l’ex dem ‘big’ di Base riformista, la corrente adesso sciolta di Lorenzo Guerini, che è passato con Renzi, con grande seguito di polemiche (degli altri partiti) perché Borghi è anche componente del Copasir.

Per D’Amato la sorpresa, invece, è tutta politica. Ex assessore alla Sanità, è stato l’uomo di punta della giunta Zingaretti, noto per l’efficienza e l’efficacia del modello sanitario del Lazio durante il Covid, ma soprattutto viene da una storia personale di super-sinistra (era nel Prc e Pdci). Intanto, le voci degli ultimi giorni danno, insistentemente, in uscita da Iv di Renzi sia Ettore Rosato stesso che l’ex ministra Elena Bonetti, cattolicissima e sempre più vicina al Pd, oltre al ‘disagio’ di Teresa Bellanova e Luigi Marattin. Senza dire che persino Maria Elena Boschi ha dovuto smentire, seccamente, il suo ‘abbandono’, è arrivata puntale la smentita di tutti e tre. Per ora.

Elly riunisce il partito in quel di Busecchio e Bonaccini lo farà a Cesena per giocar ‘in casa’

Intanto, ieri, domenica, sia la Schlein che Bonaccini sono tornati in terre assai loro più consone e conosciute, oltre che ‘amiche’, cioè l’Emilia (la segretaria era a Forlì, dove ha riunito, nell’ameno circolo di Busecchio, sindaci, segretari provinciali, amministratori, consiglieri regionali e parlamentari dem. E’ già la terza volta, dalla sua elezione, che la Schlein riunisce il vertice esecutivo del Pd lontano dal Nazareno.

La prima riunione ‘in trasferta’ è stata quella di insediamento della nuova segreteria a Riano, dove fu ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti ucciso dalle squadracce fasciste. A segnalare la vocazione socialista e antifascista dei dem targati Schlein. La seconda riunione in trasferta si è tenuta a Ventotene, isola del confino di Altiero Spinelli e patria del suo “Manifesto” per l’Europa unita, a segnare la vocazione europeista e liberal-progressista (mah!) dei dem.

Ieri è stata, quindi, la volta della Romagna alluvionata, territorio cuore dell’elettorato dem, ferito dal flagello maltempo. Regione natale di Romano Prodi, residenza della stessa Schlein e governata dal presidente dem Stefano Bonaccini. Il quale Bonaccini, leader della minoranza interna al partito dopo la sconfitta subita da Schlein alle primarie – da lui vinte nei circoli di partito, tra gli iscritti, ma poi perdute ai gazebo, questa stessa settimana (venerdì e sabato prossimo, a Cesena) organizza una due giorni di riflessione su stato di salute e azione politica del Pd. Qualcuno ha parlato di un primo passo verso la costituzione di un correntone di minoranza dem. Sabato a Cesena, prima delle conclusioni di Bonaccini, a parlare saranno la stessa Schlein – giusto a confermare che Bonaccini non vuole metterle, in alcun modo, i bastoni tra le ruote – e Romano Prodi, padre nobile dei dem e del centrosinistra e da sempre uomo cerniera tra Schlein e Bonaccini.

Il tema alleanze e il refolo del Colle sul Pd…

Il punto è che, nonostante l’adesione degli ‘esterni’ Elena Bonetti (Iv) e Roberto Fico (M5s) all’iniziativa dem di Napoli, le “alleanze” – auspicate, soprattutto, però, da Bonaccini e dai suoi – appaiono ancora di là da venire, per il Pd. E senza ‘alleati’, al netto dei burrascosi rapporti con i 5stelle di Conte, con i quali la competizione è sempre più serrata e asfissiante, soprattutto ora che si avvicinano le elezioni europee del 2023, un ‘grande’ partito non va davvero da nessuna parte. Come insegna, d’altra parte, la storia e pure i successi, passati e recenti, del centrodestra. Non a caso, giunge così un refolo di voce pure dal Colle, dove, ovviamente, si guarda, come riferimento, più allo ‘stato’ in cui versa il Pd che gli altri, “siamo molto preoccupati per lo stato comatoso e di divisione in cui versano le attuali opposizioni perché, senza delle opposizioni unite e serie, il governo governa, certo, ma si fa ‘opposizione’ solo, casomai, al suo interno e l’intero ‘sistema’ e i suoi meccanismi ne subiscono un grave danno”. Al Colle più alto lo han capito, al Pd pare di no…

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