Cronache USA
Usa: pena di morte, condannata sopravvive a due iniezioni letali, orrore e sdegno
Di Giampiero Gramaglia
Se ci fosse mai stato bisogno di ravvivare nelle coscienze la percezione della disumanità della pena di morte, quanto appena accaduto in Tennessee offre una drammatica testimonianza: Christa Pike, una donna condannata alla pena capitale per avere torturato e ucciso una compagna di scuola quando aveva 18 anni nel 1995, è sopravvissuta la scorsa notte a due iniezioni letali e solo l’intervento del governatore dello Stato Bill Lee l’ha sottratta a una terza iniezione.
Pike, è ora ricoverata in ospedale e la sua esecuzione è stata sospesa ‘sine die’: è la prima donna che doveva essere ‘giustiziata’ in Tennessee da oltre due secoli. Fu condannata a morte 31 anni or sono, nel 1995, per avere torturato e ucciso, quando aveva 18 anni, una compagna di scuola.
Lunedì scorso, il governatore Lee, un repubblicano, aveva respinto la richiesta di commutazione della pena. Ieri pomeriggio, una corte federale aveva invece ordinato di sospendere l’esecuzione, per rivalutare le possibili circostanze attenuanti non tenute in adeguata considerazione al momento del processo e della condanna, tipo la giovane età di Christa al momento del delitto e il suo passato di stupri, violenze e abusi familiari.
Ieri sera, però, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva poi dato via libera all’esecuzione, cassando le riserve del giudice che l’aveva bloccata.
Ma, per uccidere Pike, non sono bastate due iniezioni letali. Le testimonianze online e sui social ‘postate’ da testimoni oculari sono numerose e agghiaccianti: Christa continuava a respirare dopo che le era stata somministrata la sostanza, il pentobarbital, che doveva ucciderla. Il suo caso, che aveva già innescato una campagna d’opinione di Amnesty International e aveva ottenuto il sostegno di centinaia d’avvocati ed esperti medico-legali, sta avendo larga eco negli Stati Uniti.
Nel cuore della notte, la mattina per noi, gli avvocati della donna hanno annunciano, con una nota, che l’esecuzione era “fallita”, Fra le cause ipotizzate, “difficoltà di accesso alle vene, vene rotte, pentobarbital degradato e assenza di assistenza medica di emergenza”. Dal carcere, finora, nessuna dichiarazione ufficiale.
Non è la prima volta che un’esecuzione con iniezione letale fallisce nel Tennessee. Non si hanno informazioni sulle condizioni di Christa, trasportata in un ospedale non lontano dalla prigione di massima sicurezza teatro della drammatica sequenza.
L’esecuzione di Pike avrebbe dovuto essere la 30° dall’inizio dell’anno negli Stati Uniti: 16 delle 30 sono avvenute in Florida; tutte sono state eseguite mediante iniezione letale. La presidenza Trump, che ha posto termine alla moratoria delle esecuzioni federali, ha visto un aumento delle esecuzioni, anche se gli Stati che la ammettono sono solo 27 su 50 e quelli che la praticano appena 15.
Nel 1995, Christa Pike aveva ucciso Colleen Slemmer, 19 anni, una sua compagna nel programma di formazione professionale Job Corps di Knoxville, una cittadina del Tennessee. Pike, che era appena maggiorenne, agì per gelosia. I suoi due complici, anch’essi adolescenti — il suo fidanzato di 17 anni, e una ragazza di 18 – evitarono la pena di morte: il primo fu condannato all’ergastolo; la seconda se la cavò testimoniando contro gli altri due.
Commentando quanto avvenuto in Tennessee, Nessuno tocchi Caino dichiara: “È ora di porre fine alla pena di morte, alla pena fino alla morte e alla morte per pena … L’errore capitale è la pena capitale … In nome della legge e di Abele, lo stato di diritto diventa stato di torto … , lo stato che uccide diventa uno Stato-Caino”.
A ulteriore conferma del potenziale di ingiustizia della pena capitale, dallo Utah viene il caso di un uomo di 71 anni, condannato per omicidio e rimasto per 41 anni nel braccio della morte. rilasciato all’inizio della settimana dopo che una perizia ha provato che il suo Dna non corrispondeva a quello sulla scena del crimine.
Douglas Carter era stato condannato a morte nel 1985, dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’omicidio a Provo di Eva Olesen, imparentata con il capo della polizia di allora. La condanna era poi stata confermata nel 1992 dopo un nuovo processo.
Ora un giudice ha disposto la scarcerazione di Carter su cauzione, in attesa di un ulteriore processo. L’uomo si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che la confessione da lui firmata gli fosse stata estorta con la coercizione.
Secondo la difesa, le prove materiali e le testimonianze oculari indicano che l’assassino di Olesen era un uomo bianco, mentre Carter, è di colore. Nel 2025, la Corte Suprema statale aveva ordinato un nuovo processo, citando una “grave condotta scorretta” da parte degli inquirenti. Nessuna prova materiale collegava Carter alla scena del crimine: la condanna si basava solo sulla sua confessione e su quanto dichiarato da due altri testimoni, marito e moglie, che, nel 2011, dissero che era stato loro imposto di mentire in tribunale e che la polizia aveva loro pagato affitto e bollette.





