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Tra Stati Uniti e Cina, l’Europa cerca una via autonoma all’intelligenza artificiale

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Luglio 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

La questione non è più soltanto quanto rapidamente avanzerà l’intelligenza artificiale, ma chi ne governerà lo sviluppo, controllerà i dati e distribuirà i benefici economici e sociali. È il filo che ha attraversato «Costruire il domani. Tra Europa, Stati Uniti e intelligenza artificiale», il convegno promosso nella Sala Koch di Palazzo Madama dal presidente del gruppo del Partito Democratico al Senato Francesco Boccia.

Un confronto nato dalla crisi dell’ordine internazionale e arrivato fino alla nuova dimensione del potere tecnologico, con l’obiettivo di individuare uno spazio autonomo per l’Europa tra il predominio delle piattaforme statunitensi e il modello di controllo cinese. L’Unione, ha sostenuto Boccia, «non può scegliere tra la dipendenza dalle grandi piattaforme private americane e il modello di controllo statale cinese», ma deve dotarsi di una propria strategia, investendo nella ricerca pubblica, nella capacità di calcolo e nella costruzione di modelli europei. Da qui il rilancio della proposta di un Cern europeo dell’intelligenza artificiale, concepito non soltanto come centro di ricerca, ma come infrastruttura comune attraverso la quale ridurre la dipendenza tecnologica e considerare l’innovazione un bene collettivo. Per Boccia la nuova sfida democratica del XXI secolo coincide infatti con il rapporto tra potere tecnologico e cittadinanza: se l’intelligenza artificiale è un’infrastruttura destinata a influenzare lavoro, informazione, servizi e decisioni pubbliche, non è sufficiente regolarne gli effetti dopo che si sono prodotti, ma occorre intervenire sullo sviluppo dei modelli, sulla trasparenza degli algoritmi e sull’accesso ai dati.

La ricerca di un’autonomia europea non può tuttavia essere separata dalla ridefinizione dei rapporti con gli Stati Uniti. Alla sessione dedicata alle relazioni transatlantiche hanno preso parte, tra gli altri, il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano e Alessandro Alfieri, capogruppo democratico nella Commissione Esteri del Senato. Alfieri ha richiamato la crisi dell’assetto internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e le difficoltà delle istituzioni multilaterali, sottolineando però che la risposta non può consistere nel loro abbandono. La costruzione di un rapporto più maturo e paritario con Washington passa, nella sua analisi, dal rafforzamento dell’autonomia strategica europea, da una maggiore capacità comune in materia di sicurezza e dal consolidamento del pilastro europeo della Nato. Non una sostituzione immediata dell’Alleanza atlantica, dunque, ma un percorso graduale, fondato su capacità condivise e su meccanismi decisionali che permettano all’Unione di agire anche davanti ai veti dei singoli Stati.

Il nodo dell’autonomia è anche economico e industriale. Francesco Grillo, docente dell’Università Bocconi, ha collegato il divario tecnologico europeo alla difficoltà del continente di produrre grandi imprese digitali, infrastrutture proprie e investimenti adeguati alla scala della competizione globale. La distanza rispetto ai principali gruppi tecnologici mondiali non rappresenta soltanto un problema di capitalizzazione o di mercato, ma una vulnerabilità politica: senza capacità autonoma nei dati, nel cloud, nell’energia e nelle tecnologie strategiche, l’Europa rischia di limitarsi a stabilire le regole di un’innovazione realizzata altrove. Il continente conserva un vantaggio nel modello sociale, nella qualità della vita e nella capacità di attrarre competenze, ma deve trasformare questi elementi in forza produttiva e competitiva.

A riportare il confronto sui diritti della cittadinanza digitale è stato Antonio Nicita, vicepresidente del gruppo Pd al Senato. La sovranità tecnologica, ha osservato, non può essere costruita a livello nazionale, perché l’economia dei dati richiede dimensioni, investimenti e infrastrutture continentali. Nicita ha inoltre respinto l’idea che gli algoritmi siano neutrali: ogni sistema incorpora scelte, priorità e criteri che determinano quali informazioni valorizzare e quali comportamenti favorire. La regolazione, quindi, non rappresenta un ostacolo esterno all’innovazione, ma una parte della sua stessa architettura. Le norme europee già approvate costituiscono una base, ma non risolvono il problema dei dati generati quotidianamente attraverso voce, volto, movimenti e interazioni, che possono essere trasformati dalle piattaforme in valore privato senza una piena consapevolezza degli utenti.

Accanto alla dimensione istituzionale è emersa quella del lavoro e dell’impresa. Brunello Cucinelli, presidente esecutivo e direttore creativo dell’azienda che porta il suo nome, ha descritto l’intelligenza artificiale come una collaboratrice dotata di straordinarie capacità di calcolo e memoria, ma incapace di sostituire intuizione, creatività e dimensione umana. Il tema, nella sua prospettiva, non è opporsi alla tecnologia, ma impedire che la trasformazione digitale riduca il lavoro a una funzione priva di dignità, impoverendo relazioni, tempi di vita e qualità degli ambienti produttivi. Andrea Pezzi ha invece posto l’accento sul rischio che imprese e professionisti, caricando contratti, processi e conoscenze nei sistemi di intelligenza artificiale, trasferiscano gratuitamente il proprio patrimonio informativo alle piattaforme. Da qui la richiesta di nuove garanzie, dalla non appropriazione computazionale alla riservatezza predefinita, fino alla necessità di mantenere una responsabilità umana per le decisioni dei sistemi artificiali.

Il punto di convergenza è una concezione dell’intelligenza artificiale non come forza autonoma alla quale adattarsi, ma come infrastruttura da orientare politicamente. Costruire il domani significa allora evitare che la capacità tecnologica si traduca automaticamente in concentrazione economica e potere privato, affiancando ai diritti tradizionali nuove tutele sul lavoro, sui dati e sulla trasparenza degli algoritmi. Una sfida che obbliga l’Europa a superare il ruolo di semplice regolatore e a diventare anche produttore di innovazione, ricerca e infrastrutture, mantenendo al centro la persona e la qualità della democrazia.