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L’Italia delle materie prime critiche: quando la sfida passa da riciclo, tecnologia e competenze

11
Giugno 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Per anni l’economia circolare è stata raccontata soprattutto come una politica ambientale. Oggi, però, la crescente competizione globale sulle materie prime critiche la sta trasformando in qualcosa di diverso: una questione industriale. Perché mentre la transizione energetica accelera e l’intelligenza artificiale aumenta la domanda di risorse strategiche, il tema non è più soltanto ridurre gli sprechi ma costruire nuove filiere capaci di garantire approvvigionamenti, tecnologia e competitività. Intervenendo ai microfoni di URANIA News a margine del Festival dell’Energia di Lecce, Laura D’Aprile, Capo Dipartimento per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha indicato proprio nelle materie prime critiche uno dei terreni su cui si giocherà una parte della competitività europea dei prossimi anni.

«L’Italia è uno dei campioni europei per l’economia circolare perché tradizionalmente siamo poveri di materie prime e quindi abbiamo dovuto fare anche a livello industriale di necessità virtù», osserva D’Aprile. Una caratteristica che oggi assume un valore diverso. Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale richiedono infatti quantità crescenti di terre rare e materie prime critiche, rendendo sempre più strategica la capacità di recuperare e reimmettere queste risorse nei processi produttivi.

È in questo contesto che l’economia circolare smette di essere soltanto una politica di gestione dei rifiuti e diventa uno strumento di approvvigionamento industriale. «Le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale e quanto ad essa collegato hanno bisogno di materie prime critiche e di terre rare», spiega D’Aprile, sottolineando la necessità di sviluppare nuove filiere dedicate proprio al recupero di questi materiali.

La direzione è la stessa seguita dall’Unione europea. La Commissione ha infatti avviato programmi di finanziamento destinati a progetti e impianti per le materie prime critiche. Un segnale significativo arriva dall’ultima tornata di approvazioni: dei sette progetti europei presentati dall’Italia, sei riguardano il riciclo. Un dato che conferma come il recupero delle risorse sia ormai parte integrante delle strategie industriali europee.

Secondo D’Aprile il Paese dispone già di competenze importanti sviluppate sia dal sistema industriale sia dal mondo della ricerca. Startup, università e istituti tecnologici lavorano da anni sul riciclo e sul recupero delle materie prime, contribuendo alla costruzione di un patrimonio di conoscenze che rappresenta uno dei principali punti di forza italiani. «Abbiamo tanti brevetti e ne potremmo avere anche di più oggettivamente: è un asset tecnologico e di know-how che noi dobbiamo anche esportare all’estero».

La competizione globale, tuttavia, non può essere affrontata sul terreno delle quantità. «Noi non potremo mai competere in termini quantitativi con la produzione di materie prime seconde, di terre rare e di materie prime critiche con i Paesi extra Ue, in primis con la Cina». La sfida, secondo il Ministero, è quindi tecnologica prima ancora che produttiva. «Possiamo infatti competere in termini tecnologici. Di skills e di know-how».

In questo percorso un contributo importante è arrivato dal PNRR. Le risorse sono state utilizzate per rafforzare l’infrastruttura impiantistica dedicata al riciclo, con particolare attenzione al Centro-Sud, ma anche per sviluppare sistemi digitali destinati al monitoraggio ambientale. Un doppio investimento che punta a rafforzare sia la capacità industriale sia quella tecnologica del Paese.

Accanto alle filiere resta poi aperta la questione autorizzativa. D’Aprile distingue tra il livello nazionale e quello territoriale. Se negli ultimi anni si è registrata una forte accelerazione nel rilascio del permitting delle fonti rinnovabili, a livello regionale persistono ancora frammentazioni dovute sia alla carenza di personale sia alla mancanza di indirizzi e competenze omogenee. Per questo il Ministero sta lavorando attraverso programmi di affiancamento alle amministrazioni territoriali e strumenti come l’Interpello Ambientale, con l’obiettivo di rendere più uniforme l’applicazione delle norme.

Sul fondo resta però una sfida che attraversa imprese, ricerca e pubblica amministrazione: quella delle competenze. «Le università stanno perdendo tanti studenti nelle discipline tecniche e questo è un problema», avverte D’Aprile. Un tema che va oltre l’economia circolare e che tocca direttamente la capacità dell’Italia di costruire le filiere della transizione. Perché se le materie prime critiche rappresentano uno dei terreni su cui si misurerà la competitività dei prossimi anni, la differenza non sarà determinata soltanto dalla disponibilità delle risorse. Sarà determinata dalla capacità di recuperarle, trasformarle e valorizzarle attraverso tecnologia, know-how e competenze. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia può giocare la sua partita più importante.