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PetroRenminbi? Come lo stretto di Hormuz sta cambiando l’economia energetica mondiale

07
Agosto 2026
Di Francesco Tedeschi

Quando lo Stretto di Hormuz si è chiuso, gli esperti davano il greggio a 150 o 200 dollari al barile nel giro di poche settimane. A cinque mesi dalla guerra con l’Iran, il Brent si muove intorno ai 90. La spiegazione ha un nome, Pechino, e rimette in discussione settant’anni di geopolitica dell’energia.

La chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe dovuto essere una catastrofe annunciata. Da quel corridoio passano venti milioni di barili al giorno, un quinto della produzione mondiale. La teoria era elementare: togli un quinto dell’offerta, lascia invariata la domanda, e i compratori si contendono a suon di rilanci il greggio rimasto. Prezzi alle stelle, recessione globale. Non è successo. E capire perché dice più cose sul futuro dell’economia mondiale di quante ne direbbe lo scenario catastrofico che tutti si aspettavano.

La previsione sbagliava un presupposto: che la domanda restasse costante. Non è stato così. Poche settimane dopo lo scoppio del conflitto la Cina ( il maggior importatore di petrolio al mondo) ha dimezzato i propri acquisti, togliendo dal mercato circa cinque milioni di barili al giorno. Una cifra pari all’intero import dell’India e a un quarto di ciò che si era perso con la chiusura dello Stretto. Quei barili, non più comprati da Pechino, si sono riversati sul resto del mercato, tamponando la carenza. È qui la risposta all’enigma. Ed è un fatto che, per ammissione degli stessi analisti, nessuno aveva previsto.

Il mistero, semmai, si sposta di un livello: come ha fatto la Cina a tagliare gli acquisti senza fermare l’economia? Non ha ridotto i consumi, il traffico non è calato e non è passata di colpo all’elettrico, e non risulta neppure stia ricevendo greggio extra dalla Russia. Resta l’ipotesi delle riserve segrete: scorte di greggio e carburanti accumulate per anni in impianti non dichiarati, oltre a quelle ufficiali, oggi usate per far girare l’economia. Le prove sono scarse, ammettono gli esperti, ma è l’unica spiegazione che regga.

C’è poi un dettaglio che rende il gesto politicamente interessante. Di norma un Paese che attinge alle proprie riserve si coordina con gli altri, per non accollarsi tutto il peso, e ricomincia a comprare appena il prezzo scende. La Cina ha fatto l’opposto: taglio unilaterale, senza preavviso, proseguito anche sotto la soglia a cui storicamente sarebbe tornata sul mercato. Un comportamento anomalo, che ha aperto la caccia al movente.

Le ipotesi sono diverse. C’è chi legge una mossa di soft power: salvare l’economia mondiale per costruirsi credito. Chi vi vede una dimostrazione di forza, il messaggio implicito che la Cina può reggere uno shock energetico, utile promemoria in vista di un’eventuale crisi su Taiwan, dato che l’ottanta per cento del suo import passa dallo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia altrettanto vulnerabile. E c’è l’ipotesi che spiega meglio il silenzio di Pechino: la difesa del proprio export. Se Europa e Asia fossero cadute in recessione, la Cina avrebbe perso i suoi mercati di sbocco e con essi una fetta della propria economia. Tenere in piedi i clienti significa tenere in piedi le proprie fabbriche e non è qualcosa che convenga dichiarare a voce alta.

Qui sta il punto che va oltre la cronaca. Per mezzo secolo la sceneggiatura degli shock petroliferi è stata sempre la stessa: il prezzo schizza, il presidente americano telefona a Riyad, i sauditi aprono i rubinetti. Era l’architrave dell’ordine dei petrodollari, greggio scambiato in dollari, sicurezza garantita da Washington, stabilità dei prezzi mediata dal Golfo. Questa crisi mostra che l’interruttore si è spostato. Il numero da comporre, quando il mercato trema, non è più soltanto a Riyad: è a Pechino. Non perché la Cina venda petrolio, ma perché può decidere quanto comprarne, e con ciò muovere il prezzo mondiale. È una leva speculare a quella saudita e potenzialmente più potente, perché agisce sulla domanda anziché sull’offerta, ed è nelle mani di un attore che al dollaro guarda con crescente freddezza.

Finché durerà la guerra con l’Iran, questo potere resta in gran parte silenzioso. Ma la sola possibilità che Pechino possa, a piacimento, alleggerire o strozzare la propria domanda — infliggendo o risparmiando dolore ai consumatori di mezzo mondo — è già di per sé una forma di potere. E ridisegna, sottotraccia, la mappa di chi comanda davvero sul mercato dell’energia.