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Life science, tra governance, innovazione e filiere globali: la partita strategica che l’Italia non può permettersi di perdere

21
Maggio 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

La farmaceutica non è più soltanto un settore industriale ad alta intensità tecnologica. È sempre più un indicatore della capacità di un Paese di attrarre investimenti, presidiare filiere strategiche e trasformare innovazione in crescita. È il quadro emerso nel corso della seconda edizione de “Il Valore Strategico dell’Industria Life Science”, promossa da Formiche e Healthcare Policy a Villa Spalletti Trivelli, che ha riunito istituzioni, imprese e rappresentanti del settore attorno a una questione ormai centrale: come mantenere competitivo un comparto che negli ultimi anni è diventato uno dei motori dell’economia italiana. Tra pressione geopolitica, competizione internazionale e nodo regolatorio, il confronto si è concentrato soprattutto sulla capacità dell’Italia di costruire un ecosistema più attrattivo e meno frammentato.

Ad aprire i lavori è stato Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che ha spostato il tema dal riconoscimento della strategicità del settore alle scelte necessarie per difenderlo. «Il tema non è più la strategicità della farmaceutica, quella la diamo ormai per acquisita. Il punto è capire cosa fare per proteggere questo grande asset». Cattani ha indicato nella semplificazione e nella revisione della governance alcuni passaggi non più rinviabili: «Oggi la macchina è complessa e lenta. La ricerca clinica è un enorme motore di attrattività e valore aggiunto, ma servono regole più efficienti e il superamento di meccanismi come il payback».

Sulla stessa linea Francesco Zaffini, presidente della Commissione Sanità del Senato, che ha sottolineato la necessità di preservare un vantaggio competitivo non irreversibile. «La forza industriale della farmaceutica non è una realtà garantita per sempre». Zaffini ha inoltre richiamato il tema dell’Intelligenza Artificiale e della gestione dei dati sanitari: «L’IA deve essere un supporto ai professionisti, non una sostituzione. E diventa centrale tutelare la sovranità dei dati sanitari».

A chiudere il primo asse del dibattito, quello più direttamente legato alle politiche industriali, Renato Loiero, consigliere economico del Presidente del Consiglio, ha definito le scienze della vita «un dossier strategico» che richiede un doppio livello di intervento: politica industriale e politica estera. Un passaggio che evidenzia come il settore non venga più letto solo in chiave sanitaria ma come leva di competitività nazionale.

Proprio il profilo geopolitico è stato uno dei temi centrali dell’intervento di Alfredo Conte, vice direttore generale per la Politica commerciale internazionale della Farnesina. «La sicurezza degli approvvigionamenti deve essere affrontata in una logica europea e di diversificazione. Dipendere da un unico mercato può essere molto pericoloso». Conte ha ricordato come l’export farmaceutico abbia registrato negli ultimi anni una crescita significativa e come l’Italia, nel contesto europeo, abbia un peso rilevante nel dibattito sulle filiere strategiche.

Sul fronte politico, Marina Sereni, Responsabile Salute e Sanità, Segreteria nazionale PD, ha riportato il dibattito sul tema della sostenibilità del sistema sanitario. Sul payback ha invitato a una riflessione più ampia: «Sono d’accordo sul superamento del meccanismo, ma farlo a saldi invariati rischia di creare problemi alle Regioni». Sereni ha inoltre sottolineato la necessità di investire maggiormente sul territorio, sulla prevenzione e sull’innovazione tecnologica come strumenti per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Dal lato delle imprese, insieme ai rappresentanti di Chiesi, Gilead Sciences,  Regeneron, Giorgio Ghignoni, Corporate Vice President Scientific Affairs and Public Affairs di Diasorin, ha indicato nell’innovazione il punto di equilibrio dell’intero settore. «L’Intelligenza Artificiale ha trasformato profondamente la diagnostica, ma spesso in Italia manca un dialogo strutturato tra imprese e università». Una criticità che, secondo Ghignoni, si inserisce dentro uno scenario globale nel quale la competizione si gioca sempre più sulla capacità di creare ecosistemi integrati tra ricerca, industria e istituzioni.