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Data center, in Italia 25 miliardi di investimenti attesi: project manager cercasi

11
Maggio 2026
Di Giuliana Mastri

Il mercato italiano dei data center è in piena espansione e porta con sé una domanda di competenze che va ben oltre l’informatica. L’Osservatorio data center del Politecnico di Milano stima per il triennio 2026-2028 investimenti potenziali superiori ai 25 miliardi su 83 nuovi progetti – nel triennio precedente si era concretizzato il 68% degli annunci – e il sistema Paese è chiamato a rispondere con figure professionali che il mercato del lavoro tradizionale non ha ancora formato in modo strutturato.

Un data center nasce molto prima del cantiere. Si parte dall’identificazione delle aree idonee, dai permessi e dalla valutazione di impatto ambientale: una fase che richiede dai 6 ai 18 mesi. Seguono la progettazione civile – sempre più spesso su brownfield industriali – quella impiantistica e infine la parte ICT. Per un impianto edge compatto i tempi dalla progettazione al collaudo vanno dai 12 ai 24 mesi; per un hyperscaler su larga scala, il doppio.

La figura più ricercata è il project manager capace di tenere insieme tutte queste fasi, parlando la lingua sia dell’ingegnere sia del committente. «Non basta un bravo specialista IT», spiegano i responsabili di Rai Way e di Edge datacenter sales. «Occorre orchestrare un sistema integrato: energia, connettività, applicazioni e servizi. Servono figure ibride, capaci di mettere in relazione tecnologia e strategia industriale, di dialogare con istituzioni, operatori energetici e partner tecnologici». È su questo terreno, concordano gli operatori, che si giocherà la competitività del sistema.

Il mercato è più articolato di quanto appaia: accanto agli hyperscaler operano player edge, pubbliche amministrazioni e aziende che aprono data center propri cercando professionisti per singole fasi. «Le opportunità ci sono, ma richiedono una strategia che parta dal territorio, a cominciare dal Sud», osserva Michele Ruta di MedisDIH.

Sul fronte della formazione, l’Italian Data Center Association ha costruito con il Politecnico di Milano un percorso extracurricolare strutturato in cinque o sei moduli, dall’identificazione del sito alla messa in esercizio, con crediti formativi. Sessioni analoghe si tengono in Bocconi e alla Luiss. Una delle barriere più immediate è la lingua inglese, chiave d’accesso a un mercato globale. Ma la sfida riguarda anche chi è già in servizio: la maggior parte dei professionisti del settore viene dal broadcasting e dall’IT tradizionale e va accompagnata verso scenari completamente nuovi.

Il Mezzogiorno si candida a giocare un ruolo attivo, non solo come fornitore di talenti. «Vogliamo che la Puglia sia protagonista di un progetto capace di contaminare tutto il Sud Italia», afferma il rettore del Politecnico di Bari Umberto Fratino, sottolineando la necessità di un confronto aperto con la politica e il settore industriale.

Si muovono anche ordini e collegi professionali. Gli ingegneri stanno definendo le riserve nel settore ICT, dove i confini tra competenze ingegneristiche e fornitura restano da chiarire. I geometri entrano già nella fase autorizzativa e poi nel coordinamento di cantiere. I periti presidiano i percorsi verticali: antincendio, sistemi critici, cybersicurezza.

Anche l’architettura rivendica il proprio spazio. I data center nascono sempre più su aree urbane dismesse e il loro impatto sul quartiere – traffico, calore, rumore, recinzioni – non può essere ignorato. «Un data center non è solo un contenitore di server», afferma l’architetto Silvio D’Ascia, autore di impianti per Ratp e Altarea. «È il luogo fisico dove la città entra nella rete. Ignorare questa dimensione significa perdere il controllo di una trasformazione già in corso».