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CET1 ratio banche italiane: classifica aggiornata, livelli di capitale e requisiti BCE

04
Febbraio 2026
Di Giampiero Cinelli

Il Common Equity Tier 1 misura la capacità di una banca di assorbire shock economici e di continuare a sostenere famiglie e imprese anche in condizioni di stress. Non a caso, è uno degli indicatori cardine utilizzati dall’Autorità bancaria europea nei tradizionali stress test, che simulano scenari avversi per verificare la tenuta del sistema bancario. Nel corso del 2026, i CET1 ratio delle principali banche italiane si mantengono nettamente al di sopra dei requisiti minimi fissati dalla Banca centrale europea. La maggior parte degli istituti si colloca nella fascia compresa tra il 13% e il 16%, un livello che segnala un settore complessivamente ben capitalizzato e resiliente. Accanto ai grandi gruppi, spiccano realtà di dimensioni medio-piccole che presentano coefficienti patrimoniali particolarmente elevati.

Sulla base degli ultimi dati disponibili a gennaio 2026 e delle stime più accreditate sul dato fully loaded, la classifica vede in testa Cassa Centrale Banca con un CET1 ratio del 27,5% al 30 giugno 2025, seguita da Iccrea Banca al 25,9% e da FinecoBank al 23,9%. Mediolanum si attesta al 23,2%, Banca Profilo al 22,6% e Banca Sella al 21,3%. Tra i gruppi di maggiori dimensioni emergono Monte dei Paschi di Siena con il 16,9%, Banca Popolare di Sondrio al 16,6% e Credem al 16,2%. Mediobanca si colloca al 15,8%, UniCredit al 14,8%, BPER al 15,1%, Illimity Bank (Banca Ifis) al 14,25%, Intesa Sanpaolo al 13,9% e Banco BPM al 13,5%. Per alcuni grandi gruppi, il dato 2026 si basa su stime di mercato e analisi di broker, che indicano una sostanziale stabilità dei ratio nonostante dividendi e programmi di buyback.

Va ricordato che il CET1, pur essendo uno degli indicatori più affidabili per una prima valutazione, non esaurisce da solo il giudizio sulla solidità complessiva di una banca. Tuttavia, resta un riferimento chiave per comprendere la qualità del capitale.

Il CET1 ratio esprime il rapporto tra il capitale primario di migliore qualità e le attività ponderate per il rischio. In termini pratici, indica quanta parte del capitale ordinario – azioni, riserve e utili non distribuiti – è disponibile per assorbire eventuali perdite generate dall’attività creditizia e finanziaria.

La Banca centrale europea utilizza questo parametro come pilastro della vigilanza prudenziale. Per il 2026, il requisito complessivo di CET1 per molte banche dell’area euro si colloca intorno all’11,2%, a cui si aggiunge un requisito di Pillar 2 medio pari a circa l’1,2%. In Italia, le soglie sono sostanzialmente allineate, ma i gruppi più solidi operano con ampi margini di sicurezza, mantenendo livelli ben superiori al minimo regolamentare.

Il CET1 si ottiene rapportando il capitale ordinario alle attività ponderate per il rischio, offrendo così una misura diretta della copertura dei rischi legati a prestiti, investimenti e crediti deteriorati. Nel panorama italiano del 2026, i grandi gruppi si attestano mediamente intorno al 15%, un livello considerato solido anche in ottica di stress test. Istituti come Mps e Credem spiccano per una capitalizzazione superiore al 16%, mentre banche come BPER vengono spesso considerate benchmark di solidità anche grazie a una redditività elevata, con ROTE superiori al 15%.

Un CET1 elevato indica una maggiore capacità di assorbire perdite senza compromettere la continuità operativa. Per questo motivo la BCE ha fissato soglie precise, al di sotto delle quali possono scattare misure correttive o interventi di vigilanza più stringenti.

Per i correntisti, conoscere il CET1 ratio della propria banca significa avere un’indicazione concreta sulla sicurezza dei depositi e sull’affidabilità dell’istituto. Una banca ben capitalizzata dispone di margini più ampi per affrontare crisi finanziarie e shock macroeconomici. Il dato è reperibile nei bilanci trimestrali, sui siti ufficiali degli istituti o nella documentazione informativa prevista dalla normativa europea sulla trasparenza.

Nel 2026 il CET1 ratio continua a rappresentare il principale termometro della solidità delle banche italiane. In una fase in cui il ciclo restrittivo sui tassi sembra essersi stabilizzato dopo gli anni 2022-2024, gli istituti di credito si muovono in un contesto complesso, segnato da payout elevati, requisiti prudenziali stringenti e uno scenario macroeconomico ancora esposto a rischi. In questo quadro, la qualità del capitale torna a essere centrale sia per i risparmiatori sia per gli investitori.

Il Common Equity Tier 1 misura la capacità di una banca di assorbire shock economici e di continuare a sostenere famiglie e imprese anche in condizioni di stress. Non a caso, è uno degli indicatori cardine utilizzati dall’Autorità bancaria europea nei tradizionali stress test, che simulano scenari avversi per verificare la tenuta del sistema bancario.

Nel corso del 2026, i CET1 ratio delle principali banche italiane si mantengono nettamente al di sopra dei requisiti minimi fissati dalla Banca centrale europea. La maggior parte degli istituti si colloca nella fascia compresa tra il 13% e il 16%, un livello che segnala un settore complessivamente ben capitalizzato e resiliente. Accanto ai grandi gruppi, spiccano realtà di dimensioni medio-piccole che presentano coefficienti patrimoniali particolarmente elevati.

Sulla base degli ultimi dati disponibili a gennaio 2026 e delle stime più accreditate sul dato fully loaded, la classifica vede in testa Cassa Centrale Banca con un CET1 ratio del 27,5% al 30 giugno 2025, seguita da Iccrea Banca al 25,9% e da FinecoBank al 23,9%. Mediolanum si attesta al 23,2%, Banca Profilo al 22,6% e Banca Sella al 21,3%. Tra i gruppi di maggiori dimensioni emergono Monte dei Paschi di Siena con il 16,9%, Banca Popolare di Sondrio al 16,6% e Credem al 16,2%. Mediobanca si colloca al 15,8%, UniCredit al 14,8%, BPER al 15,1%, Illimity Bank (Banca Ifis) al 14,25%, Intesa Sanpaolo al 13,9% e Banco BPM al 13,5%. Per alcuni grandi gruppi, il dato 2026 si basa su stime di mercato e analisi di broker, che indicano una sostanziale stabilità dei ratio nonostante dividendi e programmi di buyback.

Va ricordato che il CET1, pur essendo uno degli indicatori più affidabili per una prima valutazione, non esaurisce da solo il giudizio sulla solidità complessiva di una banca. Tuttavia, resta un riferimento chiave per comprendere la qualità del capitale.

Il CET1 ratio esprime il rapporto tra il capitale primario di migliore qualità e le attività ponderate per il rischio. In termini pratici, indica quanta parte del capitale ordinario – azioni, riserve e utili non distribuiti – è disponibile per assorbire eventuali perdite generate dall’attività creditizia e finanziaria.

La Banca centrale europea utilizza questo parametro come pilastro della vigilanza prudenziale. Per il 2026, il requisito complessivo di CET1 per molte banche dell’area euro si colloca intorno all’11,2%, a cui si aggiunge un requisito di Pillar 2 medio pari a circa l’1,2%. In Italia, le soglie sono sostanzialmente allineate, ma i gruppi più solidi operano con ampi margini di sicurezza, mantenendo livelli ben superiori al minimo regolamentare.

Il CET1 si ottiene rapportando il capitale ordinario alle attività ponderate per il rischio, offrendo così una misura diretta della copertura dei rischi legati a prestiti, investimenti e crediti deteriorati. Nel panorama italiano del 2026, i grandi gruppi si attestano mediamente intorno al 15%, un livello considerato solido anche in ottica di stress test. Istituti come Mps e Credem spiccano per una capitalizzazione superiore al 16%, mentre banche come BPER vengono spesso considerate benchmark di solidità anche grazie a una redditività elevata, con ROTE superiori al 15%.

Un CET1 elevato indica una maggiore capacità di assorbire perdite senza compromettere la continuità operativa. Per questo motivo la BCE ha fissato soglie precise, al di sotto delle quali possono scattare misure correttive o interventi di vigilanza più stringenti.

Per i correntisti, conoscere il CET1 ratio della propria banca significa avere un’indicazione concreta sulla sicurezza dei depositi e sull’affidabilità dell’istituto. Una banca ben capitalizzata dispone di margini più ampi per affrontare crisi finanziarie e shock macroeconomici. Il dato è reperibile nei bilanci trimestrali, sui siti ufficiali degli istituti o nella documentazione informativa prevista dalla normativa europea sulla trasparenza.

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