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Blue Economy, Genova capitale: vale 216 miliardi ma mancano 175mila lavoratori

17
Aprile 2026
Di Giuliana Mastri

L’economia del mare vale 216 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil nazionale, occupa oltre un milione e centomila persone in modo diretto e nel quadriennio 2022-2025 ha incrementato l’occupazione quattro volte più del resto d’Italia. Eppure mancano all’appello 175mila lavoratori: circa 55mila posti generati dalla crescita del settore e 120mila necessari per sostituire i profili in uscita. È questo il dato più urgente emerso dalla due giorni «Genova e Liguria Capitali dell’Economia del Mare 2026», organizzata tra Palazzo Tursi e i Magazzini del Cotone.

Genova e il mare
La scelta di Genova come punto di partenza del progetto non è casuale. «Qui l’economia del mare incide per il 13,8% del valore aggiunto regionale e per il 15,4% dell’occupazione, rendendo la Liguria la prima regione italiana per concentrazione di attività legate al mare», ha spiegato Mario Zanetti, delegato di Confindustria per l’Economia del Mare. La cantieristica è il comparto più in affanno: il 43% delle posizioni resta scoperta, quasi il doppio della media del settore. Le figure più difficili da reperire sono meccanici, saldatori, ingegneri navali, tecnici della transizione energetica e specialisti nella digitalizzazione. La ricetta proposta da Confindustria si articola su tre assi: semplificazione burocratica, innovazione tecnologica e formazione.

Il messaggio di Meloni
Nel suo videomessaggio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inquadrato il settore in una prospettiva più ampia, rivendicando un cambio di rotta culturale prima ancora che industriale. «In troppe occasioni l’Italia è rimasta vittima di un paradosso: essere una Penisola ma non sentirsi e non agire come tale», ha detto, indicando nel Mediterraneo «il segno del proprio destino» per una nazione che è «il naturale punto d’accesso all’Europa e lo snodo geografico tra il Vecchio Continente, l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia». Meloni ha ricordato che l’economia del mare genera in Italia un valore aggiunto di 76 miliardi di euro con oltre 200mila imprese e un milione di occupati, e che il Paese è primo in Europa per volume di merci nel trasporto marittimo a corto raggio e leader mondiale nei super yacht e nelle navi da crociera con oltre il 40% del mercato.

La blue economy e la cantieristica, ha aggiunto, sono una delle cinque nuove filiere attorno a cui si sta evolvendo il Made in Italy nella politica industriale del governo, insieme a farmaceutica, space economy e difesa, turismo e industria culturale. Sul piano delle misure concrete, ha citato il ddl «risorsa mare» in dirittura d’arrivo in Parlamento, la riforma della governance portuale appena approvata dal governo e l’istituzione del Polo nazionale per la dimensione subacquea, «la prima Nazione europea ad aver costruito una specifica legislazione dedicata a questo dominio».

La prima giornata, dedicata al dialogo tra imprese e istituzioni liguri, ha visto la partecipazione del presidente della Regione Marco Bucci, della sindaca di Genova Silvia Salis, dei presidenti di Confindustria Liguria e Genova Mario Gerini e Fabrizio Ferrari, e dei sindaci di La Spezia, Savona e Imperia. La seconda, di respiro nazionale ed europeo, ha ospitato in videocollegamento anche il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, mentre erano presenti il ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci e il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi. In occasione della giornata è stato presentato il Rapporto di Confindustria e BCG sulla Blue Economy.

Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha collocato il settore nel contesto della crisi internazionale in corso: «È logico che se il conflitto continua diventa un problema: cominciamo ad avere problemi a reperire prodotti sugli scaffali in Sicilia e con i voli aerei. Così fare impresa è veramente complicato. Mi meraviglio che l’Europa non abbia pronte misure. La Germania ha deliberato 26 miliardi per sostenere l’aumento dei costi energetici. L’Italia se sta dentro al 3% del rapporto deficit-Pil stabilito dal Patto di stabilità 26 miliardi non ce li ha, quindi la competitività tra noi e i Paesi europei viene a mancare. Lasciamo stare la Cina e gli Stati Uniti, ma in casa nostra in Europa oggi non abbiamo la stessa competitività, oggi il costo dell’energia in Spagna è 40 euro a megawattora l’Italia è a 160 euro a megawattora, dove andiamo?». Orsini ha concluso: «Sono a favore delle fonti rinnovabili, acceleriamole, ma cominciamo a capire quali sono le aree idonee in Italia per poter mettere a terra il fotovoltaico e l’eolico. Perché se non ce la raccontiamo, ogni sindaco per un impianto fotovoltaico e l’eolico ha già sotto il palazzo del Comune il comitato in difesa dell’uccellino. Da una parte vogliamo l’energia a poco dall’altra non vogliamo il fotovoltaico e l’eolico. Fissiamo le aree idonee e cominciamo a fare gli impianti per le rinnovabili».