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Personalissima dichiarazione di voto

22
Marzo 2026
Di Redazione

Giunti al momento del referendum costituzionale sulla giustizia, vale la pena fare uno sforzo controcorrente: parlare del contenuto, invece che del tifo. 
Non è semplice, perché il dibattito ormai ha da tempo preso la scorciatoia più comoda — trasformare il voto in un giudizio sul Governo. Legittimo, ma poco utile se l’obiettivo è capire cosa davvero cambia.

Partiamo da un punto fermo: il referendum interviene su alcuni meccanismi chiave dell’ordinamento giudiziario, non sulla sua quotidianità. Non decide se un processo sarà più veloce o più giusto domani mattina, ma prova a incidere sugli equilibri di potere interni alla magistratura e sul modo in cui si prendono decisioni che, indirettamente, influenzano la vita di tutti.

Il primo elemento che merita attenzione è il sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Qui la questione è meno tecnica di quanto sembri: oggi il sistema è fortemente influenzato dalle correnti, che nel tempo hanno assunto un ruolo sempre più simile a quello dei partiti, con dinamiche di consenso, accordi e — inevitabilmente — spartizione delle posizioni. 
Il sorteggio non è una soluzione perfetta (non ne esistono), ma introduce un elemento di casualità che rompe la “corsa politica” interna alla magistratura. Meno campagne, meno pacchetti di voti, meno trattative su nomine e avanzamenti di carriera. Non elimina il problema, ma lo rende più difficile da strutturare. 

Il secondo punto riguarda la separazione delle carriere. Anche qui, il dibattito è stato spesso semplificato in modo fuorviante: pubblici ministeri da una parte, giudici dall’altra. 
In realtà, la questione più delicata riguarda il rapporto tra PM e GIP/GUP, cioè quei giudici monocratici che decidono su arresti, sequestri, intercettazioni — in altre parole, sulla libertà personale nelle fasi più sensibili delle indagini. È lì che si gioca l’equilibrio tra accusa e controllo, ed è lì che una distinzione più netta può rafforzare le garanzie, senza trasformare il sistema in qualcosa di radicalmente diverso.
Detto questo, è bene chiarire cosa questa nostra posizione non è. Non è un sostegno al Governo, né una valutazione sulla sua azione. 
Anzi, proprio la gestione comunicativa della campagna per il “sì” lascia più di qualche perplessità. Legare una riforma costituzionale a singoli casi di cronaca — per quanto eclatanti — non aiuta a spiegare perché quella riforma serva. Trasforma solo un ragionamento di sistema in una reazione emotiva. 

Qualche eccezione c’è stata. Il confronto tra Giorgio Mulè e Henry John Woodcock a Piazzapulita è stato uno di quei rari momenti in cui il dibattito, soprattutto grazie a Mulè, ha centrato il punto, mostrando come si possa discutere anche su posizioni opposte senza ridurre tutto a slogan. 
Ma, nel complesso, la sensazione è che il “sì” sia stato raccontato peggio di quanto meriterebbe.

Dall’altra parte, non convince nemmeno la narrativa che trasforma il “no” in una sorta di scelta moralmente superiore. L’idea che votare “sì” significhi indebolire la legalità, o addirittura favorire zone grigie, è una semplificazione tanto comoda quanto pericolosa. Non esistono buoni e cattivi su un referendum costituzionale. 

Alla fine, la questione è piuttosto lineare. Il sistema attuale funziona? In parte sì, in parte no. Le distorsioni emerse negli ultimi anni — dalle dinamiche correntizie al peso delle relazioni interne nelle carriere — sono sotto gli occhi di tutti. 
Questa riforma le risolve completamente? No. Ma introduce correttivi che vanno nella direzione di ridurre alcune delle criticità più evidenti.

Per questo, il “sì” appare una scelta ragionevole. Non entusiastica, non ideologica, ma pragmatica. Un passo avanti, non un salto nel buio.

E poi c’è un ultimo punto, forse il più importante: andare a votare. Non c’è quorum, e questo cambia completamente la logica del referendum. 
Decideranno i più motivati, anche se fossero pochi. E il risultato varrà comunque per tutti, per molto tempo. 
È già successo nel 2016: da allora, di riforme costituzionali non si parla più. Non perché il tema sia scomparso, ma perché è diventato politicamente tossico.

Meglio quindi scegliere, anche con qualche dubbio, che lasciare che siano altri a farlo. Anche perché, nel frattempo, la giustizia continuerà a funzionare esattamente come prima. Con i suoi pregi, e con i suoi difetti.