Il vertice Italia-Germania va letto meno come una foto di circostanza e più come un tentativo consapevole di rimettere in moto un asse che, negli ultimi anni, era rimasto in ombra.
L’incontro tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz arriva in una fase in cui l’Europa si scopre improvvisamente più esposta e più fragile, soprattutto di fronte a un ritorno degli Stati Uniti in versione assertiva, interventista e sempre meno incline a coordinarsi con gli alleati.
Non serve farsi influenzare dal caotico ma efficacissimo discorso di Trump a Davos per rendersi conto che se fino a poco tempo fa i dossier caldi erano Gaza, Iran, Venezuela e naturalmente l’Ucraina, oggi sul tavolo c’è anche la Groenlandia, simbolo di quanto Washington sia tornata a guardare ai territori europei non solo come partner, ma come spazio strategico diretto.
In questo contesto, l’asse Roma-Berlino prova a ritagliarsi un ruolo di equilibrio. Non contro gli Stati Uniti, ma neppure in posizione subalterna. Il messaggio che esce dal vertice è chiaro: l’Europa deve parlare con una voce più coordinata, soprattutto quando gli interessi transatlantici iniziano a divergere.
Italia e Germania, insieme, rappresentano il cuore manifatturiero dell’Unione e possono legittimamente ambire a orientarne le scelte, anche per bilanciare l’influenza tradizionalmente esercitata dalla Francia nei momenti di maggiore incertezza politica.
Il documento comune pubblicato a margine dell’incontro indica alcune aree di collaborazione piuttosto nette. Industria, filiere strategiche, automotive, energia, difesa e sicurezza sono i terreni su cui Roma e Berlino sanno di avere interessi convergenti.
La difesa delle catene del valore europee, oggi sotto pressione per la competizione globale e per le politiche industriali aggressive di Stati Uniti e Cina, è uno dei punti più solidi dell’intesa. Così come la necessità di una transizione energetica che non penalizzi l’apparato produttivo, tema su cui Meloni e Merz si trovano più vicini di quanto non lo siano a Parigi.
Pur non mancando le zone d’ombra, sul piano economico il dialogo è quasi obbligato. La Germania attraversa una fase di difficoltà strutturale, con un’economia che fatica a ripartire e un’industria sotto stress. L’Italia, dal canto suo, resta sostanzialmente ferma, con una crescita modesta e segnali di debolezza soprattutto nel comparto industriale.
Le due economie sono talmente intrecciate che qualsiasi rallentamento di una si riflette immediatamente sull’altra. È anche per questo che il vertice di oggi ha un valore che va oltre la diplomazia: Roma e Berlino sanno che senza un coordinamento più stretto rischiano di trascinarsi a vicenda verso una stagnazione prolungata.
In definitiva, il vertice Meloni-Merz segna il tentativo di costruire un asse pragmatico, meno ideologico e più orientato alla gestione delle crisi. Non una nuova egemonia europea, ma una piattaforma di lavoro comune per rendere l’Unione meno dipendente dagli umori di Washington e meno sbilanciata sugli equilibri interni.
Resta da vedere se questo asse saprà reggere alla prova dei prossimi dossier, ma l’intenzione politica, questa volta, sembra esserci tutta.





